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  • A Tragédia de Mariana

    Eu me chamava mariana
    Sempre fui bela e formosa
    Com minhas águas cristalinas
    A todos eu ajudava
    Ajudei a muita gente
    À agricultura também
    Terra de gente valente
    Que não se rende a ninguém
    Mas hoje tudo é passado
    Aqui não tem, mas ninguém.
    Os rios que banhavam as terras
    Aqui não banham, mas ninguém.
    Mariana deixou de ser
    Aquela Cidade formosa
    Com rios, praças e jardins.
    E suas arvores viçosas
    Mariana agora é passada
    Tudo ficou na história
    Que um dia existiu
    Essa Cidade formosa.
  • LA STORIA DEL WEST - BUFFALO BILL

    Nato il 26 febbraio 1846 nella fattoria del padre nello Iowa, quarto di otto fratelli, William Frederick Cody aveva diciotto anni quando si arruolò nell'esercito Nordista come conducente di carri.
    La leggenda americana di Buffalo Bill è alimentata da tre fonti principali: dall'uomo, dal Wild West Show e dalle innumerevoli storie pubblicate. Da ragazzo fu per poco tempo corriere nel Pony Express: fu il più famoso - senza dubbio. Poi fu soldato. Dopo la Guerra Civile, quale cacciatore di bisonti, rifornì le cucine della ferrovia del Pacifico nel Kansas, e infine partecipò come scout (esploratore, guida, cercatore di piste) dell'esercito degli USA, alle battaglie contro i Cheyennes e i Sioux. 
    Il famoso scout si sposò a vent'anni; con un marito così inquieto e spesso assente per mesi, Laura - con le figlie Arta e Ora - ebbe fino all'ultimo una vita difficile. Tra l'altro Buffalo Bill non disprezzava le avventure sentimentali. A ventidue annivtentò alcune grosse speculazioni terriere che si concluderanno disastrosamente. Fondò una città che chiamò Roma, nel Kansas, che da principio si popolò rapidamente. Ma un suo rivale creò una città poco lontano - Hays City - essendo un miglior politicante di Cody, riuscì a ottenere che il tracciato della ferrovia Kansas-Pacific passasse più vicino a Hays City che a Roma. In breve, l' unica famiglia che rimase a Roma fu quella di Buffalo Bill. 
    Nel 1872 Buffalo Bill organizzò una caccia al bisonte per conto del granduca Alessio, fratello dello zar Alessandro III di Russia, in viaggio d'istruzione negli Stati Uniti. Il granduca non era un gran tiratore, ma si narra che Buffalo Bill, sparando all'unisono alle sue spalle, fosse riuscito a dargli l'impressione di aver ucciso un buon numero di bisonti. Entusiasta, il granduca lo colmò di regali, tra i quali una splendida pelliccia. Cody aveva già il titolo di colonnello conferitogli ad honorem dalla Guardia Nazionale del Nebraska. Per illustrare un'abitudine che non era esclusivamente degli indiani, riportiamo le parole di Buffalo Bill quando descrisse uno scontro con i pellerossa nell'Arkansas, presso Fort Larned. Posti in fuga i nemici con l'aiuto dei suoi uomini Buffalo Bill concluse: Scotennammo i due che avevamo ucciso e tornammo al forte.
    Le biografie e le autobiografie di Buffalo Bill non si contano. È noto che dettando le sue avventure egli spesso le esagerò o addirittura le inventò. Una delle sue imprese sicuramente autentica è quella che lo vede quattordicenne tra i cavalieri del glorioso Pony Express. Gli abitanti delle zone più remote chiedevano di ricevere la posta più rapidamente. Con le normali diligenze una lettera impiegava 21 giorni da San Francisco a New York. Per 125 dollari al mese i più quotati cavalieri del West riuscivano a consegnarla in metà tempo. L'intero percorso del Pony Express lo compie qualche anno più tardi. Essendo stato ucciso dagli indiani il cavaliere che doveva dargli il cambio, egli percorre senza fermarsi 450 chilometri cambiando ventun cavalli. È un primato che rimane imbattuto. Nel 1872 venne eletto alla Camera dei Rappresentanti del Nebraska e nel 1883 fondò il suo famoso Wild West Show, nel quale esibiva indiani, cowboy e tiratori scelti del Selvaggio West. Dopo la sua morte, avvenuta a Denver nel Colorado, furono scritte molte centinaia di biografie eroiche che si contraddicevano fra di loro. Come eroe della leggenda del West, Cody ha infatti le carte in regola: egli non solo la visse personalmente, ma forse più di tutti contribuì alla sua formazione e alla sua diffusione nel mondo. Meglio di ogni altro westerner (uomo del West), Buffalo Bill conobbe la turbolenta e avventurosa vita della frontiera fra il 1860 e il 1880: durante questi venti anni egli ebbe modo di partecipare al conflitto fra Nord e Sud, di assistere all'uccisione di suo padre, di servire nel corpo dei postini a cavallo, di far la guida dell'esercito nelle guerre contro i pellerossa (è rimasto famoso il suo duello all'arma bianca con il capo indiano Mano Gialla, pochi giorni dopo la battaglia di Little Big Horn), di essere più volte assalito dai banditi e dagli indiani.
    William Cody aveva meritato il suo soprannome partecipando al più grande massacro di animali della storia: la caccia ai bisonti fra il 1860 e il 1880. Assunto come cacciatore professionista dalla compagnia ferroviaria Kansas Pacific con l' incarico di procurare la carne agli operai che preparavano le massicciate e posavano le rotaie, in pochi mesi uccise ben 4000 bisonti. Nel 1870, quando aveva apenna ventiquattro anni, Buffalo Bill era già un eroe leggendario, tanto che il popolare scrittore Ned Buntline ne fece il protagonista di un suo romanzo, Il Re della Frontiera, che venne venduto a milioni di copie. Negli anni della sua maturità, quando ormai il West era già stato "civilizzato", William Cody pensò di sfruttare la sua fama organizando un grande circo, il Wild West Show, con il quale - insieme all'infallibile carabina Lucrezia Borgia e all'inseparabile cavallo Brigham - girò il mondo (andò anche a Genova), ottenendo grande successo e favolosi guadagni. Quando Buffalo Bill iniziò la sua carriera teatrale, acquistò la dilligenza Deadwood, sopravvissuta a mille avventure, e la trasformò in uno del personaggi del suo circo. Inutile dire che gli spettacoli del circo si basavano soprattutto su scene di attacchi alla diligenza, di combattimenti con gli indiani (lo stesso capo Toro Seduto fu per qualche mese un'attrazione del circo) su esercizi di tiro con la pistola e con la carabina. Anche l'imbattibile tiratrice Annie Oakley fece tappa in tutte le principali città del mondo, riscuotendo entusiastiche accoglienze ovunque. La sua carriera di attore iniziò nel '72: recitò a Chicago in un dramma di avventure del West scritto appositamente per lui. La prima sera, dopo poche battute, non riuscì più a pronunciare una parola e il pubblico cominciò a fischiare. Fortunatamente l'impresario ebbe l'idea di scatenargli contro gli indiani della troupe. In pochi minuti - racconterà poi - Bill li fece fuori tutti tra le grida del pubblico entusiasta.
    Ben presto, però, la buona stella di Buffalo Bill tramontò ed egli dovette vendere il circo e accettare un impiego. Negli ultimi anni di vita l' eroe americano che aveva guadagnato e perso milioni di dollari divenne un relitto che cercava di scordare il passato con l'alcool... 
    Morì il 10 gennaio 1917.
  • Soullumière

    Vila de Calm, às 22:39, noite...
    Diante dos céus tomados pelas nuvens e devastados pela escuridão do espaço, misturado com as estrelas que pouco apareciam, em meio a uma pequena vila, localizada no reino, um jovem pai colocava seu filho para dormir, na pequena casa de barro e madeira.
    — Pai... —, o pequeno garoto coça os olhos com sono, enquanto continua com a frase — [...] conte-me uma pequena história para que eu durma. O jovem pai coça a barba enquanto cobre o filho com a pequena manta de couro, dizendo — Feche seus olhos e imagine comigo. Ele cobrirá o corpo do garoto aproveitando a brisa natural com os galhos que se moviam da árvore para fazer a criança adormecer rapidamente.
    — Há um tempo atrás em uma taverna da capital, enquanto todos bebiam e comiam exuberadamente, as portas abriram-se com um homem comum, mas que carregava uma armadura pesada e uma espada e um escudo reluzente, o que chamou a atenção do dono e dos clientes.
    Taverna do pônei bêbado, capital de Arstotzka às 19:13, final da tarde, semi-noite.
    — E então ele disse para mim ''Ou você me dá três moedas de bronze ou eu uso sua mulher como quarta.'', então eu lhe golpeei tão forte com a inchada que ele desmaiou na primeira. Disse o homem gargalhando junto com seus acompanhantes e conforme o homem de armadura reluzente adentra a porta, todos olham por alguns segundos mudando o assunto e com o devido respeito sentando nas cadeiras, e conversando mais baixos, cochichos de lá e de cá diziam — Será que esse é o paladino? Aquele o último? — disse o jovem trabalhador e junto disso retrucou o velho que bebia com ele — Não..não pode ser, eu sei que nossas colheitas estão péssimas, mas isso? Não mandariam para cá ele, já não basta a quantidade de guardas e soldados perambulando pela rua.
     De tal forma o homem se aproximou do balcão, sentou-se e com um braço apoiado na mesa o outro na bainha disse ao balconista com uma voz suave, mas forte. — Conceda-me nobre taberneiro uma caneca de vinho, por favor. Ao terminar a frase todos gargalharam, menos o taberneiro, que o fez. Um homem que não tinha consciência de suas ações por causa da bebida se aproximou como podia. — Sr.nobre, poderia me conceder a honra de beber ao seu lado? — o homem sorriu olhando de canto e disse. — Claro, que tal fazermos uma aposta? Quem beber mais sem desmaiar, pode ficar com tudo que o outro tem, vamos lá, o que me diz, você parece um homem inteligente. O jovem bêbado analisa o homem retirando o saco de moedas de ouro e mostrando apenas a ele que retira rapidamente duas moedas de bronze colocando sobre a mesa e dizendo ao sentar-se — Obviamente, então quem beber mais sem desmaiar vence! — Gargalhou o jovem enquanto pensava nas moedas — Não ache que por quê bebi um pouco, não irei lhe acompanhar. Taverneiro conceda-me a garrafa mais forte do que tiver. O homem pediu então. — Pelo contrário, dê a ele o mais leve para que aguente bastante, e dê a mim o mais forte. Neste momento o homem olhou estranho, mas com essa garantia de vitória encheu seu primeiro copo enquanto todos olhavam, e parecia não ter efeito em nada, logo o homem tomou do mais forte um copo, e assim foi, dois copos de cada, três, quatro... quando chegou no quarto copo o homem olhou sorrindo para ele e disse. — Você me parece cansado, taberneiro dê a ele um copo de água, se ele conseguir tomar esse copo sem desmaiar, eu lhe darei todo o meu ouro, inclusive as armaduras e espada. O jovem bêbado cresceu os olhos quando o copo apareceu diante d'ele e quando o mesmo tomou o copo d'água...
    Vila de Calm, às 23:10, noite.
     — Ah...criança...já adormeceu?  — o pai do garoto beijou-lhe a testa e saiu do quarto apagando as velas, virando o corredor do quarto para seu quarto e escutou do filho mais velho.  — E o que acontece quando ele bebe o copo d'água?  —, o pai diz de costas  — O homem golpeia com um soco tão forte quanto o da inchada fazendo o jovem bêbado desmaiar, e diz no final pegando as duas moedas de bronze.  — É parece que você não conseguiu. — Então um outro bêbado o questiona e ele diz.  — Ele não me deu termos.  —, o pai então adentra seu quarto e deita-se para dormir.
  • ‘EU’, ‘ELES’ e ‘NÓS’

    Sabíamos que estávamos sendo vigiados por ‘ELES’. Muitos relatos de abduções, fotografias e filmagens de suas naves e tecnologias não paravam de ser publicados nas redes sociais. Porém, por esforços dos governos mundiais que negavam e ocultavam os fatos, e também, por uma certa mescla de realidade e fantasia nos filmes e seriados hollywoodianos, e, provedoras globais de fluxos de mídias via streaming, além da ignorância que era pregada nas diversas religiões de sermos o centro do universo, ignoramos os sinais por ‘ELES’ transmitidos.

    ‘ELES’ até que apelaram a partir da década de 1970, quando começaram a desenhar os agroglifos nas culturas de certas gramíneas, por meio do achatamento de culturas como: cereais, colza, cana, milho, trigo, cevada e capim. E era obvio que não tínhamos ainda tecnologias para realizar o feito desses complexos e grandes desenhos em apenas algumas horas. Mas, mesmo assim, ignoramos. E, criamos soluções para explicar o inexplicável, e tudo foi abordado como um feito fictício. Então, pagamos o preço por mesclar a realidade e a fantasia, não sabendo mais diferenciar uma da outra. Assim, preferimos viver o engodo, e fomos enganados por nós mesmos.

    Entretanto, ‘Nós’ criamos a S.U.P.E.R (Superintendência Universal Para Extraterrestres Relações), em que na verdade era uma organização oculta e privada, que se fantasiava de uma Ecovila Sustentável criada por uma rede mundial de cientistas alternativos ufólogos, e pequenos empreendedores startup nos ramos da cyber tecnologia e biogenética (biohacking).

    Éramos perfeitos na arte do engodo, pois utilizamos as técnicas alienantes do sistema contra ele mesmo, ao fundarmos nossa Ecovila na Patagônia, que cobria uma área como mais de 239 km², banhada pelos paramos das geleiras andinas, com terras hiper férteis. Abrigando uma população de mais ou menos cinquenta e cinco mil habitantes de várias nacionalidades do mundo. Em que nosso maior foco agrícola e produção eram cânhamo, cannabis medicinal, morangos, uvas, cerejas, cevada e lúpulo, além de muitas criações de animais. E assim, fabricávamos os melhores vinhos, cervejas de cannabis e espumante de morango do mundo. Tudo de origem orgânica e primeira qualidade, e sem a necessidade de máquinas elétricas, ou movidas a combustíveis fosseis, tudo manufaturado a moda antiga, em que o trabalho humano e animal era o nosso maior forte.

    Vivíamos como antigos povos, antes da revolução industrial, nossas roupas, casas e utensílios eram manufaturados naturalmente, e nossas tecnologias eram 100% artesanais, permanentes e renováveis. Também, focávamos em energias sustentáveis como eólicas e fotovoltaicas, em que criamos a maior usina sustentável do mundo, que fornecia energia para todas as vilas da Patagônia por um custo acessível e barato, além de doar energia de graça para todas as dependências e prédios governamentais dessas vilas. Estratégia nossa, para implementar esse projeto com apoio intergovernamental, tanto da Argentina como do Chile.

    Porém, tudo isso não passava de uma capa que cobria o livro. Pois, subterraneamente éramos outra coisa.

    A S.U.P.E.R era um segredo de um punhado de famílias dentro da Ecovila, punhado esse, que era formado pelas pessoas menos relevantes da nossa comunidade eco agrícola. Na verdade, ‘NÓS’ éramos os fundadores dessa comunidade, mas passamos o nosso poder para os antigos moradores da região, transformando-os de simples camponeses em grandes empreendedores. Alguns ganhadores de prêmios Nobel e outras condecorações internacionais. Porquanto, eles eram nossas máscaras, e nem eles, como também, os outros moradores da Ecovila sabiam disso. ‘NÓS’ éramos um mistério… um segredo bem guardado por pactos de vida e morte, em meio ao paraíso andino.

    No submundo dos nossos quartéis subterrâneos, situava o centro tecnológico e informativo de nossa inteligência. Tínhamos uma empresa operadora de satélites, a StarSky Corporation, que atuava em 52 países com sedes em Israel e na China, além de 32 empresas subsidiarias de telecomunicações espalhadas pelo mundo. O que facilitava nossa rede de comunicações e informação, dessa forma, tínhamos olhos e ouvidos em todo lugar.

    Contudo, estávamos também sendo vigiados, e de início não sabíamos. Aquele fato da coisa observada, observar o observador. Pois nossos servidores se utilizavam da surface web, ou deep web como era mais conhecida. E, ‘ELES’ é que eram os verdadeiros donos do iceberg como todo. E, assim, os nossos olhos e ouvidos eram, também, os olhos e ouvidos deles. Seus motores de busca construíram um banco de dados, pelos seus spiders, e através de hiperligações indexaram nossas informações aos seus servidores na deepnet. Quando descobrimos que estávamos sendo escaneados, toda nossa informação já eram deles.

    Quando nossos hackers investigaram quem são ‘ELES’, se depararam com uma parede de proteção inacessível, em uma (darknet) parte do espaço IP alocado e roteado que não está executando nenhum serviço. Até para as inteligências dos governos mais poderosos o acesso era fechado, pois se utilizavam da Dark Internet, a internet obscura. E de cara percebemos que ‘ELES’, os não-humanos, eram quem estavam nos vigiando.

    Contudo, resolvemos abrir o jogo e mandar mensagens para ‘ELES’, em um projeto apelidado como: חנוך (Chanoch). Durante meses enviamos várias mensagens, então, de repente, nossos servidores detectou uma mensagem oculta que dizia: “E andou Enoque com Deus, depois que gerou a Matusalém, trezentos anos, e gerou filhos e filhas. E foram todos os dias de Enoque trezentos e sessenta e cinco anos. E andou Enoque com Deus; e não apareceu mais, porquanto Deus para si o tomou.”.

    Ao receber aquele texto, ficamos perplexos. De início, achamos ser uma brincadeira. Até recebermos outra mensagem, que dizia: “E sucedeu que, indo eles andando e falando, eis que um carro de fogo, com cavalos de fogo, os separou um do outro; e Elias subiu ao céu num redemoinho”. Então, depois de longas horas de reflexão, intentamos que as mensagens vêm a nós na forma e maneira que podemos perceber. Sendo, que eles queriam escolher alguém entre nós para uma viagem. Não sabíamos como responder a tal pedido, e mandamos uma mensagem correspondente do que temos de fazer para realizar tal acontecimento. E, eles nos responderam com três sequencias binárias: 101.

    No dia seguinte a essa misteriosa resposta, para o nosso espanto, fomos notificados por um de nossos agricultores que se encontrava no campo de cevada, se deparando com um símbolo gigante desenhado ‘IOI’. Então, rapidamente percebemos que aquele campo seria o local de contato. E, ‘EU’ fui escolhido para a tal viagem com ‘ELES’. Então, todas as noites acampei no local marcado.

    Acho que propositalmente, na noite 101 em que me encontrava sozinho em minha barraca, e já desesperançado de algum contato, ‘ELES’ vieram! E de súbito só me lembro de ver uma forte luz branca.

    Quando acordei, me deparei em uma maca feita de uma solução gelosa, de um verde fosforecente, algo como se estivesse deitado sobre água, mas, era firme, e amaciava com o peso do meu corpo. Não tinha temperatura, nem frio e nem quente, e o mais louco é que meu corpo não sentia esse material, era como se eu estivesse deitado sobre o ar. O ambiente era de uma luz violeta neon, muito calmo aos olhos, e não tinha paredes, teto ou solo. O silencio era profundo, irritante e assustador. Para todo o lado que eu me voltava, via apenas um horizonte infinito, tanto para cima como para baixo. E tive medo de sair da maca, pensando cair nesse infinito abismo. E a sensação era por demais desconfortante, achei que estava morto.

    Nisso, me senti sendo vigiado, algo ou alguém me observava, e vi alguma espécie de vulto transparente se locomover ao meu redor. Então, pela primeira vez senti algo que me tocou!

    — Uai!

    — Calma!

    — Quem é você?

    — Então, provou.

    — Provei o quê?

    — A sensação de sentir nada.

    Ao ouvir isso, perplexo me calei. E pasmei! Vendo uma espécie humanoide alta e magra a minha frente. Com olhos extremamente azuis e findados como os asiáticos, cabelos brancos longos, e pele extremante branca, fria como a de um cadáver. E, diante do meu silêncio e espanto, ela continuou a dizer, falando sem mexer a boca, que mais parecia uma fenda em seu rosto magro:

    — Assim, somos ‘NÓS’. Não temos a capacidade de sentir como vocês, e os invejamos por isso. Essa forma que você vê a sua frente, não é nosso corpo. É apenas um traje, pois vocês não têm a capacidade de nos ver sem ele. Somos seres pertencentes a outra dimensão, que vai muito mais além de sua física e compreensão.

    — De onde são vocês?

    — Somos seres da Quarta-Vertical, um mundo mais além do que a matéria física. E, nesse momento você está diante de uma plateia de nós. Não pode vê-los, pois, estão sem seus trajes físicos. Porém, saiba que também você usa um traje, e ele que te faz sentir. Mas, nós, mesmo com nossos trajes, não podemos sentir como você sente, e perceber como você percebe. Apenas percebemos as coisas físicas, através de alguns impulsos elétricos de contato nos transmitidos por nossos trajes, que são mínimos, sem sentimentos e emoções.

    — Onde fica fisicamente a Quarta-Vertical?

    — No plano físico, conhecido por vocês como seu sistema solar. Em que nossa Morada é o Sol.

    — Então, estou no Sol?

    — Claro que não! Seu corpo físico não aguentaria.

    — Onde estou?

    — Em nosso ponto de contato. Na parte oculta da Lua. É daqui que o observamos, desde sua criação como seres existenciais. E, temos alguns de vocês aqui conosco. Na verdade, somos seus guardiões, mensageiros e protetores.

    — Protetores! Contra quem nos protegem?

    — ‘DELES’ e de vocês mesmos. Pois, se assim não fosse, vocês não mais existiriam como espécie.

    — ‘DELES’ quem?

    — Aqueles a quem vocês chamam de seres infernais. No início, ‘ELES’ eram como ‘NÓS’, e vieram de ‘NÓS’. Mas, se corromperam. Pois, desejaram sentir a emoção que vocês sentem. Por isso, eles lhes causam dores e prazeres, para sugar as energias de seus sentimentos. E, fazem isso agora, através da internet. Por isso, lhes deram esses pequenos dispositivos que vocês carregam em suas mãos. O próximo passo deles, é implementar esses dispositivos aos seus corpos físicos. Aí, então, drenarão suas energias vitais, como um canudo drena o líquido numa garrafa de refrigerante.

    — Onde eles vivem?

    — Antes viviam aqui na Lua, depois os expulsamos para Saturno e Plutão. Mas, quando fizeram o pacto com os muitos chefes e governantes de sua sociedade, precipitaram-se na terra. Quando teve uma grande chuva de meteoros. Então, agora vivem entre vocês.

    — E, como podemos reconhecê-los, se vivem entre nós?

    — São os seres lagartos, mas se disfarçam com trajes humanos. Por tanto, seus trajes se alimentam de sangue, e são sensíveis a luz do sol. Por isso, procuram andar mais a noite, e poucas vezes a luz do dia. E, para resistir a luz diurna, precisam beber inúmeros litros de sangue humano fresco e vital. Só assim, os trajes resistem por mais tempo. Porém, alguns deles se tornaram híbridos, cruzando com a sua espécie. E são metades humanos e ‘reptilianos’ como alguns de vocês qualificam. Mas, mesmo assim, precisam de sangue humano para viver. E, como vampiros modernos, eles criaram os bancos de sangue, espalhados por todo mundo. Onde vocês creem estar doando sangue para pacientes hospitalizados, mas apenas 2% desse sangue vai para esses pacientes que necessitam, o resto é comercializado entre eles.

    — E por que vocês não nos alertam sobre isso?

    — Não podemos interferir. Foram vocês que atraíram eles. Suas escolhas. Seus livres-arbítrios.

    — Como assim, nossas escolhas?

    — Por acaso, você não leu a parábola de Adão e Eva?

    — Mas, isso é apenas um mito!

    — Não é apenas um mito. É uma metáfora da realidade, representado em sua espécie dividida entre macho e fêmea. Um código, para os sábios decifrarem.

    — E, por que não nos contam a verdade diretamente, e só nos dão metáforas?

    — Veja o que vocês fizeram com a verdade… ridicularizaram. Enviamos muitos para lhes dizer a verdade. Muitos de nós nascemos como avatares para lhes falarem, e veja o que nos fizeram? Nos mataram, assassinaram, minimizaram. E, mesmo nascendo entre vocês como humanos, ao longo do tempo nos transformaram em engodo e mito.

    — Mas, isso foi em tempos de muita ignorância. Hoje temos tecnologias para registrar e comprovar.

    — Tempos de muita ignorância… saiba que não existe tempo onde a ignorância é mais forte e abrangente do que esse em que vocês vivem. Suas redes de informação, academias e filosofias são lotadas de teorias e não de práticas. Vocês não experimentam mais. Não observam mais… só emulam. E agora que mesclaram a realidade e a fantasia, você acha que nos ouviram? Seremos ridicularizados e banalizados mais uma vez… por isso, agora agimos em oculto sigilo. E falamos na linguagem que vocês não podem deturpar, que são as parábolas e metáforas. Poesias de mistérios místicos e ocultos, que lhes encantam, e fazem pensar. Até serem assimiladas por corações puros, lapidados e lavados que nascem entre vocês.

    Ao ouvir aquelas palavras, o mundo parou em mim. E, lágrimas rolaram do meu rosto.

    — Ernesto! Ernesto! ¡Despierta hombre!

    — Ahh! ¿Qué?

    — ¿Qué haces aquí acampado en el campo de cebada güevón?

    — No lo sé … De repente tuve un sueño confuso. No me acuerdo.

    — ¡Vamos! Es tiempo de cosecha. Creo que perdimos una buena cantidad de grano. Bueno, creo que hubo un torbellino esa noche que aplastó los tallos fértiles.­
  • "Que país é esse"?

    Difícil responder essa pergunta diante do cenário que o povo brasileiro está vivenciando. Onde a marca da violência e da desvalorização do trabalho está sendo vista constante por parte dos nossos governantes. 
    Cadê o governo que seria "Do povo, pelo povo e para o povo"? 
    São mais de 483 anos lutando pela soberania do povo, tentando apagar as marcas da escravidão e cicatrizar as feridas ocasionadas pela ditadura militar.... para que agora a parte mais "inteligente" responda por nós e diga o que é melhor para o país. Sendo o que eles querem é apenas o melhor para eles. Pois é, São mais ou menos 500 anos de história para que hoje no século XXI o Brasil volte a regredir.
    No governo Vargas povos lutaram para criar as leis trabalhista... sim, aquelas com direitos as férias, jornada de trabalho de 8 horas por dia, mas que agora tudo está sendo cortado.... E amanhã isto tudo será apenas um sonho.
    Eles dizem: "Que tudo que eles estão fazendo é para a melhoria do país que só assim o Brasil sairá desta crise [...]". 
    Querido, isto que estamos vivenciando não é crise é apenas roubo.
  • [Cartas] DESPEDIDA

    Lembro de você me chamar, segurar a minha mão e me guiar.

    Era pouco antes das dez da noite. A noite bonita. Depois da nossa longa conversa, levantou do banco marfim entre as árvores do condomínio, pegou na minha mão e disse “vem aqui”. Não sabia onde iríamos, mas levantei e deixei-me levar. Eu estava descalço e sentia a grama fria em meu pé, entrelaçando nos meus dedos. Enquanto me conduzia, por entre o emaranhado de folhas, parou um instante. Olhou para trás. O seu rosto de um jeito convidativo, um sorriso de canto, seu olhar castanho fitando os meus lábios, fez-me arrepiar. Voltamos a caminhar, “eu estou descalço”…”não importa, só vem comigo”. E eu nunca vou esquecer a sensação da grama fria nos meus pés.

    Chegamos na parte mais bonita da pequena vegetação tropical que cercava o condomínio. Paramos, você não precisou falar nada, o seu abraço me disse o universo e o mundo. Confirmando tudo.

    Recordo o seu toque leve acariciando os meus braços até suas mãos chegarem e relaxarem em minha cintura. Eu estava nervosa, tensa. Você tentava me deixar confortável. Não era a primeira vez que te via naquele clima e daquele jeito, mas era tudo ainda mais intenso. Havia algo de diferente. Forte. Eu sabia a imensidão que significava aquele momento mas, me recusei a aceitar.

    Numa tentativa falha de cessar, postergar, comecei a falar. Você me encarou fixamente, repousou os dedos nos meu lábios — “shh” — e, num sussurro, me pediu pra parar de falar porque você queria me beijar. Não era o meu primeiro beijo com você. E ainda assim, eu estava com medo, tão aflita que sequer entrava no clima. Podia não ser o primeiro, mas sabia que seria o último.

    Infelizmente algumas situações precisam ser vivenciadas. Não há como fugir. Elas cortam, mas são necessárias. Não podem ser adiadas, elas nos cercam, quando menos esperamos. Reconheci que aquela noite marcava a nossa despedida. E isso me torturava. Antagonicamente marcava o fim e confirmava a intensidade de tudo que vivemos, a grandiosidade do que nos proporcionamos sentir. Árduo, mas belo.

    Resolvi postergar, não o momento, mas a dor. Faria da nossa última noite uma celebração da nossa curta história de “amor”.

    Teu olhar sereno me fitava. Seus olhos trêmulos. Com um sorriso de canto, me disse “é necessário”. Exalando pesar, assenti. Em meio às árvores que abafava o som de “Brooklyn Baby — Lana Del Ray” que ecoava da festa, deixei me guiar. Foi só em meu rosto tocar e, como sempre, me desmanchei. Você não falou, mas não ouse chegar a negar. Nunca te vi tão obcecado por mim como naquela noite. Desejo. Como se o seu eu não só ansiasse, mas dependesse do meu. Queimava em intensidade de um jeito que nunca havia visto e que jamais esquecerei. Almas conectadas. Transcendemos.

    Nunca conversamos a respeito daquele dia depois. Não nos vimos. Não nos veremos. Para mim foi bem mais que intenso. Enquanto decidia simplesmente a ti me entregar, uma reprise dos nossos dias invadia minha mente. Uma reprise do meu melhor verão. A sensação enquanto parávamos para respirar era gostosa, saber que por alguns instantes nos pertencemos, que estávamos em sincronia. A cada exalar, um momento nosso tornava a minha mente, fazendo-me grata por dividir um verão com você. Tão grata que mesmo hoje, distantes, provavelmente um pouco mais diferentes, somos duas pessoas, que não mais se conhecem, mas com uma história gostosa, repleta de lembranças inimagináveis e momentos incríveis — em comum — de uma intensa paixão de verão.

    Lembrei de quando me levou para conhecer a galeria, depois do luau. Era enorme. Fiquei boquiaberta com o quanto se dava bem em tudo atrelado à arte. Não só compunha belas canções, mas também dava vida à telas maravilhosas. Por ser totalmente leiga, impressionada, fiz uma série de perguntas. Tu não se irritava com minhas indagações, ao contrário, me contava graciosamente sobre tuas técnicas. Inspiração. Gostava de te ver daquela maneira, expondo seu íntimo.

    Tornei também à noite do karaokê, cantamos juntos “What’s Up? — 4 Non Blondes”. Lembrei da festa da Mallu, você me irritava me chamado para dançar enquanto eu resistia alegando não saber, mas, na hora que eu sentia você em mim a sua calmaria me inundava e toda fútil irritação se evadia. Independente de experiência, achei teus movimentos tão graciosos. Definitivamente eu não sabia dançar. Porém, contigo eu não tinha receio de arriscar. Não haviam barreiras. Foi a primeira noite que dancei literalmente sem pensar no amanhã.

    Passamos a maioria das tardes do verão em seu ateliê. Adorava te ver trabalhar enquanto jogávamos conversa fora. Aliás, jamais esquecerei o meu pique de euforia ao ver uma pintura minha lá. O meu melhor artista. No entanto, adorava ainda mais quando cantava “Onde anda você — Vinicius de Moraes”. Tudo em ti me derretia, não era só o seu beijo. O teu jeito. Quando nos encontrávamos, instantaneamente algo me preenchia, embora antes não estivesse fazia. Eu não te completava e nem vice e versa, a gente transbordava.

    Em pensar que na primeira vez que te vi, não imaginava tudo que estava por vir. Nunca iria presumir o quão profundo um envolvimento de férias poderia me tocar. Sequer que umas horas de papo furado na praia com um cara bêbado de sorriso malicioso iriam acarretar tudo isso. Felizmente, tive o prazer descobrir que tu era bem mais do que isso, bem mais que um cara bonito cheio de lábia com jeito de inconsequente.

    Você tinha sede de conhecimento, tão sedutor explicando-me os assuntos mais complexos, isso me desmoronava. E ao passar do verão, me cativava cada vez mais. É deslumbrante memorar o quanto me mostrou, não me refiro só os lugares bonito que me levou, mas também, às nossas horas de conversa, sua filosofia que pouco a pouco me fazia ver por outra perspectiva a vida. Era uma troca. Troca de conhecimentos, experiências, questionamentos e, claro, amassos.

    Confesso que a sensação, o clima de incerteza, sobre o que rolava entre a gente era gostosa. Você tinha a sua coisa, eu a minha, e quando a gente se encontrava era muito bom. Havia mistério, nem começo nem fim. E eu não queria perder o controle da situação. Não poderia ser tão fácil assim. Eu definitivamente não era esse tipo de garota, não me apaixonava assim. Mas, aquele verão foi diferente. Você foi o diferente.

    “Foi mais que um prazer conhecer você, foi incrível” as lembranças evadiram-se e rapidamente eu voltei, para a nossa última noite, afinal, eu voltaria para São Paulo na manhã seguinte. A noite ficou encantadora. E foi naquele instante, enquanto pronunciava aquelas palavras e o teu olhar avelã me fitava, que percebi o quão sua frase naquele primeiro dia na praia “a gente não tem nada ver” foi completamente descartada. Seu rosto corou, se entregou, estampou a verdade.

    Não imagina o quanto eu havia esperado, ansiado, desejado aquele momento ao longo de todo o verão, com o meu apressado e quem, sabe, inconsequente efêmera paixão. O instante exato que tive certeza que, pra ti, a nossa coisa também foi surreal. Química demais, conexão demais para ser verdade.

    O melhor de tudo foi que mesmo o Rio de Janeiro transparecendo despedida, ao longo de não um, mas vários beijos, o clima daquela noite não poderia ter sido melhor. Caloroso. Não era uma noite de despedida como as outras, não era capaz de me reconhecer. Não lidava bem com despedidas. Mas, estranhamente, reconhecia que estávamos fadados a ela, apesar de não aceitar.

    O clima, embora de já exalar saudade, não pesava. Conformismo? Tu agia de uma forma que eu jamais imaginara, sempre tão autêntico, agora afável, sereno, mas ainda assim, algo característico seu, mas um lado que eu desconhecia.

    Não sei se eu fui uma pessoa qualquer dentre as demais. Você não foi. Creio que alguma memórias não ousará em deixar para trás. Não tem como. Nos conhecíamos havia pouco tempo e já tínhamos uma conexão esplêndida, te contei tantos segredos, mas nunca abri meu coração. Lembro que você mencionou “a nossa história” comigo algumas vezes e, em pensamento, me questionava o quão apressado, cedo, era pra você falar isso. Presa em minha própria teia. Eu queria mais. Disposta a me deixar levar. Quando eu teria uma aventura como aquela novamente?

    Mais cedo, antes de tudo, sentados juntos naquele banco, olhando o céu escuro, sentindo a brisa da noite calorosa — o som da festa ao fundo “Art Deco — Lana Del Ray” — conversávamos e eu juro que tentei. Tentei de verdade, abrir meu coração. Falar sobre o sentimento avassalador que me dominava, fazendo desejar cada vez mais e mais dias como aqueles contigo. Corroía. Já não me importava se era cedo, se burlava todos os meus conceitos. Tentei e eu estava disposta a colocar tudo pra fora independente do que você fosse falar ou pensar.

    Eu tentei: “não fala nada, você só vai me ouvir”, comecei a falar sobre umas coisas e logo desisti. A insegurança de sempre veio a tona e eu me senti tão boba. Boba por ter atribuído intensidade demais a tudo. Enquanto eu tentava revelar a imensidão do que na época sentia, simplesmente ao desenrolar das palavras, a coisa mais forte que eu consegui dizer foi apenas “saiba que eu gostei de você” e tu instantaneamente virou o rosto em minha direção, me olhou, inclinou a cabeça, mordeu o lábio e confirmou o que lá no fundo eu já sabia “eu também gostei de você, demais, pra caramba”.

    Mas nenhuma de nossas falas remeteu ao amanhã. Independente do que ia acontecer ou não depois daquele instante, eu precisava aceitar, realmente, paixão de verão. Porém, uma coisa eu pude ter certeza, nos dedicamos uma história breve, mas sensacional. Confessa.

    Não esperava vivenciar sequer uma parte de tudo isso. Sequer é possível falar qual a melhor parte da “nossa coisa” sendo que eu gostei de absolutamente tudo. De todo o verão contigo. Talvez você não lembre da mesma forma que eu ou apenas não lembra mais de tudo que sentiu na época. Mas, se tem uma coisa que eu jamais irei esquecer é você. O cara pelo qual fui inconsequentemente apaixonada. Jamais irei esquecer a minha curta paixão de verão.

    Definitivamente uma paixão de verão, não passou disso. Justamente a sensação de incerteza sobre o que seria depois foi a graça de toda a coisa.

    Lembro de sentir a grama fria entrelaçar os meus dedos dos pés, dos seus beijos, do seu ritmo caloroso, do seu gosto, do nosso calor. Foram só alguns dias, mas que marcaram imensuravelmente aquele verão.

    Lembro de cada detalhe da despedida.


    Janaina Couto ©
    [Publicado — 2017]

    @janacoutoj

  • [Conto] ESCOLHA

    Então eu contei 1,2,3… suspirei. E sai dali. Passei por aquela porta. Definitivamente eu nunca mais voltaria àquele lugar. Nunca. Difícil descrever o que senti, uma espécie de raiva com uma mistura de desabafo e alívio. Por incrível que seja, eu chorei. Sim, chorei! Mas, dessa vez foi de alegria, êxtase, prazer. Liberdade. Realmente me vi liberta. Aquilo tudo me sufocava, aos poucos, lentamente, cada vez mais. Eu o amava, porém já não gostava mais dele. Não dava mais.

    Eu iria seguir a minha vida, os meus sonhos. Não mais o teria me impedindo de ir em busca das minhas conquistas. Sempre de um modo sutil, ele enfiava na minha boca um “você não pode me deixar. precisa de mim. não suporta nada sem mim. eu estou aqui por você, para te proteger e nada mais importa desde que fiquemos juntos”, literalmente enfiava garganta abaixo, já que eu o ouvia tanto dizer aquilo que acabava por internalizar e reproduzir a mim mesma a velha frase. Como se fosse um mantra. A mesma cena se repetia todas as vezes que lhe contava os meus planos. Não mais ouviria um “não vai. fica comigo, você pode deixar isso para depois. não vai conseguir sozinha” me fazendo sentir-se tão tola só de pensar em deixá-lo, afinal, ele me amava. Realmente uma tola. Fui tola em colocá-lo acima das minhas vontades.

    É sobretudo cortante, sei que ele gosta de mim absurdamente. Sinto isso. Acredito que justamente por saber disso que sempre acatei cada frase. Pela mesma razão eu sentia culpa, afinal, como eu poderia planejar algo que ele não estivesse incluso, fazendo uma escolha só minha sobre mim? Eu me sentia má, pois ele fazia parecer que o meu gostar era ínfimo perto do dele, sempre dizendo que largaria qualquer coisa por mim e para estar comigo, pois a minha companhia já o bastava e não teria nada mais a conquistar ou desejar. Confesso, me assustava, como poderia fazer de mim um mundo?

    No entanto, ele não percebia que aos poucos ele não desejava estar comigo, mas me ter; e isso são coisas bem distintas. Com o decorrer do tempo, ele se importava até mesmo quando as músicas que eu ouvia, os meus posts e até mesmo com os meus textos não falavam dele, mas apenas de mim; segundo ele, eu não “demonstrava” estar com ele. Outro dia, eu apaguei uma foto minha que havia postado logo após ter enviado para ele, pois, segundo ele, eu com isso eu jogava fora o fato da “foto ter sido tirada especialmente para ele e mais ninguém”.

    Sim, ele queria estar comigo. Mas, ele possuía medo de me perder. Acredito que por tal razão insistia para que eu demonstrasse de forma visual estar com ele; isso significava incluí-lo em tudo. Pela mesma razão, me afastava dos meus sonhos… tinha pavor quando eu dizia que gostaria de morar em Arraial do Cabo, pois ele disse que jamais abandonaria São Paulo; ficava triste quando contava com vontade sobre a graduação, segundo ele, eu encontraria pessoas mais interessantes, a minha cabeça ficaria cheia e eu o abandonaria. Nunca era o momento para eu desejar ou pensar em fazer algo, a menos que ele estivesse incluído e fosse da vontade dele.

    Como um cara pode tentar te afastar dos seus sonhos, das suas conquistas, da sua independência, só para estar ao seu lado?! E ainda tentar justificar esse absurdo com o esdrúxulo argumento de que é por “amor”? Via meus sonhos sempre adiados, afinal, eu ainda queria estar com ele, queria tanto ter os dois. Tudo o que mais desejava era poder pensar num futuro em que eu conquistasse o mundo e ele estivesse ali, comigo, me apoiando.

    Ele me pedia tanto, chegava a chorar implorando, se declarava e depois surgia outro velho argumento “vamos aproveitar o agora, você pode fazer isso depois”, eu questionava, discutiamos. Mas, ao final, a culpa sempre era do “amor”. Estava insustentável, não suportava mais o duelo entre o amor e os meu desejos.

    Se enquanto eu apenas cogitava as coisas, sendo os meus desejos ainda abstratos e, por isso, distantes, ele agia dessa forma…. Sempre tive receio em pensar no depois… Sempre me questionei como ele iria reagir quando eu fizesse definitivamente algo, quando abandonasse a inércia e corresse atrás de seja lá o que fosse que me desse vontade.

    Poxa, em nenhum momento ele disse “eu vou com você!”. Não! Não, não. Ele não disse! Nunca! Apenas me impedia, me desviava. Pois é, eu era fraca. Era.

    Apesar dessa situação horrível, ainda assim, tivemos momentos incríveis, com o seu lado que amava. Foi duro. Eu o deixei e talvez tenha “perdido” um cara que realmente me “amou”. No entanto, foi para o meu próprio bem e até mesmo para o dele. Poxa, eu não sou o céu de ninguém. Acredito que foi melhor assim. Quando olhar para trás, quero lembrar dele como uma bela melodia que acaba sem mais nem menos, enquanto ainda ouvimos os primórdios da melancolia ela chega ao seu fim e ficamos com a sensação de que haveria um depois. Prefiro uma melodia “interrompida” do que a ouvi-la por inteiro e ser destruída pela melancolia.

    Liberdade. Agora terei liberdade para viajar, estudar… planejar como tocar a minha vida. Farei tudo sem ressentimentos.

    Foi incrível a variedade de pensamentos - altos e baixos -, bem como o turbilhão de emoções que permeavam o meu corpo naquele momento, naqueles microsegundos em que peguei a maçaneta e simplesmente sai por aquela porta. Jamais esquecerei os meus 20 segundos de euforia ao fechá-la.

    Eu morava há cerca de 4 quarteirões dali, enquanto caminhava, chorei e saltitei agradecida a mim mesma. Confesso que Isso durou pouco. Até a hora que entrei casa. Meu irmão mais velho estava na sala com a namorada, enquanto o caçula montava um quebra cabeça. Meus pais não estavam. Aquela calmaria me mostrou que poderia subir as escadas, ir direto para o meu quarto e permanecer o resto do dia ali, sozinha. Não haveriam perguntas ou sequer indagações em relação ao que houve. Ao menos, não agora. Tudo que eu precisava era ouvir um indie e pensar no que havia acabado de fazer. Isso, “acabado”, essa é a palavra.

    Aos meus 17 anos eu o amava demais, além da conta. Jovem e uma vida inteira para fazer tudo o que me desse vontade, acertar e errar, desfazer e me refazer; mas nada atrapalhava tanto quanto esse “amor”. No momento, concluindo o colegial, os meus estudos eram prioridade, sempre foram, porém, infelizmente, o meu relacionamento estava atrapalhando, não somente, mas também, até mesmo os meus pequenos objetivos. Me vi obrigada a escolher entre ficar ao lado dele e jamais sentir-se realizada ou seguir o meu caminho e deixar para trás um cara incrível. Neste instante, a primeira coisa que me vem à mente é “Brooklyn Baby” da Lana Del Ray.

    Eu o deixei. Afinal, diferente dele, eu o amava o suficiente a ponto de deixá-lo, ao invés de enganar não só a ele, mas a mim, estando infeliz ao seu lado.

    Naquela noite eu desmoronei ouvindo todo o álbum de “Cigarettes After Sex”, não era tão fácil dizer adeus como pareceu naquela tarde. Tudo estava acabado. Mas, eu ainda tinha esperança, afinal, eu não iria embora para sempre. Voltaria depois da faculdade… se fosse amor, iria prevalecer, independente de tempo. E foi ao som de “Flower Face - Angela” que tive certeza de como o amava intensamente e ainda mais certeza da minha decisão. Não havia o que temer. A “saudade” iria passar, “solidão” sequer entrava no contexto - jamais estivera só - e “arrependimento” não condizia em nada.

    Não. Realmente não o teria deixado se não tivesse tido um empurrão. Jamais havia pensado em fazer algo assim, boba, incapaz de escolher. Ganhar a bolsa de estudos foi o estopim. A minha família ainda nem sabia. Óbvio, em hipótese alguma cogitaria não ir. Eu precisava resolver uma coisa. Foi naquele mesmo dia, mais cedo, assim que acordei, chequei meus emails e recebi a notícia que mudaria a minha vida, a porta para os meus sonhos.

    Fala sério, eu estava surtando. Após tanto esforço, eu havia conseguido! Eu sabia a grandiosidade do que significava essa aprovação. Eu estava em êxtase. Era a minha oportunidade e jamais abriria mão. Mal esperava a hora do jantar, estava ansiosa para ver a reação dos meus pais, ainda que já sabia o que esperar.

    Mas, e o Jhon? O primeiro a receber a notícia seria ele.

    Não pensei duas vezes. Escovei os dentes, lavei o rosto, fiz um coque, vesti o “uniforme de sempre” jeans, all-star e a velha camisa de algodão, desci as escadas cambaleando enquanto comia uma pêra e corri para a casa dele.

    Apesar de reconhecer que estava indo terminar a nossa história, não imaginava que ele não ficaria feliz com a minha conquista, que a desprezaria. Tudo bem que ele sabia o significado daquilo, porém, era o meu sonho e ele não foi capaz de ficar feliz por mim. Isso me magoou e me motivou a seguir com aquilo, me dando ainda mais convicção no discurso de adeus. Não entendia a sua forma de amar. Foi isso que me motivou a não olhar para trás ao fechar a porta.

    O dia havia começado com surpresas e emoções demais. Naquela noite, ouvindo “The Saxophones - If You're On The Water”, tudo o que mais desejava era que ele passasse, depressa.


    Janaina Couto ©
    Publicado — 2015

    @janacoutoj


    [PS. Não se trata de um relato pessoal. Mas, confesso que é um imenso pesar reconhecer que o meu texto foi lapidado sob um apanhado de relatos de pessoas queridas que estão ao meu entorno.
    Ainda que mesmo nas coisas mais sutis possamos constatar algo a se repudiar e imediatamente afastar-se, não raramente, horrivelmente, isso acontece apenas quando se tornam salientes.]

  • [Contos] FUGA - Parte I

    Na rua, vindo do trabalho de bicicleta, estava frio, o dia nublado, eu cansado… quando a vi. A vi passar, no outro lado da rua, caminhando de mochila e com um livro na mão, parar no ponto de ônibus, abrir o livro e começar a folheá-lo. Ela estava graciosa, tão linda… parecia distante, perdida num momento que pertencia só à ela. Mas, ao cruzar a rua e passar rapidamente em frente ao ponto, ainda fui capaz de notar seu rosto de choro… suas maçãs estavam avermelhadas, assim como os olhos e a ponta do nariz. Instantaneamente questionei: O que poderia fazê-la chorar? Eu a olhei de canto, mas não acenei, não chamei, não fiz nada, só continuei a pedalar. Percebi que no mesmo instante ela levantou o rosto a procura de alguém conhecido, mas logo voltou a se debruçar sobre o livro.

    Ainda longe de casa, naquele dia nublado, numa sexta-feira de verão, próximo às 7h00 da noite, começou uma garoa fina. Os faróis dos carros iluminavam o início de noite e pedalando ao som de “Baby I’m Yours — Arctic Monkeys” nos meus fones, senti uma sensação diferente, não ruim, que estremeceu e arrepiou todo o meu corpo, desde os meus pés à minha nuca. Uma forte onda nostálgica bateu em mim e todos os sentimentos mais quentes e intensos permeavam o meu corpo e mente novamente, como se de repente eu fosse repreenchido por algo que já havia caindo no esquecimento, mas que ainda estava ali, dentro de mim. Aqueles olhos castanhos, donos de formosos cachos do mesmíssimo tom de castanho avelã que ao vento, assim como ao sol, enalteciam ainda mais a beleza e profundidade daquele olhar, pairavam em minha mente.

    Instantaneamente, uma reprise de tudo que eu vivi com aqueles olhos castanhos me possuiu… era invasivo… como se algo qual eu lutei pra guardar e deixar ali, quietinho, estivesse gritando e me inundando, trazendo recordações de um sentimento forte, fascinante, gostoso, sedutor… adocicado por um desejo insano de vivenciar cada instante novamente… de poder tocar os cachos daquele cabelo. Sentindo aquilo me dominar, me corroer, lutando para pensar em outra coisa e encontrando-me sem saída, futilmente comecei a pedalar mais rápido, a chuva engrossava e o meu desespero para deixar aquilo de lado e apenas me concentrar em chegar em casa era imenso… não fui capaz, não consegui. Fui vencido e sentir-me-ia ser preenchido.

    Arfei. Arfei ao sentir novamente todo aquele turbilhão de emoção vigorar em mim novamente. Paixão. Zelo. Admiração. Tesão. Por um segundo cheguei a questionar porquê internalizei aquilo, se me fazia sentir triunfo. Porém, como em uma antítese, vinheram estes por conseguintes acompanhados. Culpa. Pena. Frustração. Arrependimento. Fazendo-me lembrar como memórias tão gostosas e sentimentos intensos foram por mim soterrados. Chovia muito. Naquele instante, com a camiseta toda molhada, a ventania congelava o meu peito e, ainda assim, eu conseguia senti-lo queimar.

    A chuva embasava a minha visão e minha mente era invadida por flashbacks de todas as vezes que meus olhos encontraram aqueles penetrantes olhos amarronzados, tornando quase impossível distinguir a realidade da alucinação. Novamente o olhar mais quente, insano, misterioso… me fitando. Olhar que me chamava, me deixava sem ar por segundos, me afogava.

    Os flashbacks eram como fotos. Lembranças intensas que eu não fazia ideia de como poderiam ser tão vivas e ao passar de cada um deles, eu vivenciava cada cena novamente. Sem compreender exatamente o que acontecia comigo, percebendo que ela ainda mexe fortemente comigo, reconheci que não conseguiria fugir daquilo, estava fadado a enfrentar os meus conflitos internos uma hora ou outra, esse momento chegou mais cedo do que imaginei. Não podia sabotar meus pensamentos, tentei e por centenas de vezes consegui, mas dessa vez não.

    Jamais esquecerei como é olhá-la nos olhos e conseguir ver a beleza da sua alma, além da beleza daqueles olhos, a beleza de uma garota que exalava mistério. Garota nada fácil de desvendar, dona de um império interior que eu ansiava descobrir. Intuitivamente, eu sabia. A todo instante sabia que me perderia na intensidade daquele olhar profundo, na imensidão de seu império, mas de imediato eu não tive medo, afinal, sempre me cativei pelo desconhecido. Aos poucos os flashbacks já não eram tão recorrentes, sendo substituídos pelas luzes fortes dos faróis dos carros. A chuva virou garoa. Pedalando agora devagar, percebi que já havia passado a rua de casa.

    Estranhamente, a noite fria, agora, era tomada por um mormaço. O meu bairro tranquilo. As árvores ainda molhadas transmitiam calmaria. Típica noite de verão. Nostálgica. Respirei fundo e apesar de não desvendar o propósito dela, decidi apreciá-la. Eu já não queria mais fugir e agora admirava o céu estrelado ao lado dela… a saudade. Pedalando, observando cada rua, cada casa, cada esquina… parei numa praça. Praça qual eu conhecia muito bem. Lugar que marcou muitas noites minhas, noites quentes. Perfeita para marcar também uma noite nostálgica que, agora, transbordava em saudade.

    Adentrei a praça, vazia, segui uma pequena trilha de terra e pedras, encontrei com facilidade não só o lugar, mas também o banco que tinha em mente, um cantinho bem específico. Larguei a bicicleta na grama, tirei a mochila das costas, enxuguei o excesso de água no banco e me sentei, tirei a camisa molhada e coloquei apenas o agasalho azul que tinha na bolsa. A copa das árvores ao redor, assim como eu, eram iluminadas pelo poste de luz atrás do banco. Chuviscava. Sentado com o corpo relaxado eu podia ver as minúsculas gotículas caírem do céu.

    A lua iluminava a pequena trilha que terminava logo à frente. E ao som de “ As Long As You Love Me — Jaymes Young” nos meus fones, eu nunca senti tanta saudade… dos caracóis daquele cabelo. O som penetrava em meus ouvidos e permeava a minha mente, que, por vez, fazia uma trilha sonora com tudo o que vivenciei com ela. Uma trilha sonora da nossa história, bom, ao menos para mim nós tivemos uma história. Olhando as copas das árvores aquietarem-se, os chuviscos cessarem e a inquietação da praça ir embora com a chegada de um casal caminhando em meio a gargalhadas na estrada da praça ao longe, foi o estopim para um instante de lucidez em meio a tantos delírios.

    Me vi cercado de questionamentos quanto ao eterno “e se”. Reparando no casal ao longe, suspirei, passei a mão no cabelo ainda molhado, repousei as costas no banco e indaguei, pensando alto, num sussurro: Como posso ter uma história com uma garota que eu não tive um “relacionamento”? Encarando a trilha iluminada pela noite estrelada, a imagem dela no ponto de ônibus mais cedo tornou a minha mente, seu cabelo longo com mechas e cachos aleatórios flutuando ao vento… incrível como tudo parecia ser reproduzido em câmera lenta.

    Se no instante que a conheci alguém me dissesse que um dia eu me veria perdidamente seduzido por aqueles olhos cor de avelã que exalavam perdição, pelos macios cachos de seu cabelo, por seu cheiro de lírio, pelo sorriso de mistério, por seu jeito quente… completamente desesperado por aquela garota sagaz, eu jamais acreditaria. Eu não era desses. Definitivamente não era esse tipo de cara. Não era… Lembrei das nossas conversas nesta praça durante as madrugadas do verão passado, dela me falando sobre intensidade, sentimentos, o universo, destino… era extraordinária sua capacidade de criar teorias elaboradas — e escrever — sobre tudo. Ela queimava de tanta intensidade.

    Eu, por vez, achava aquilo tudo tão bobo, não fazia nenhum sentido racional para mim. Apesar dela não falar a respeito, sequer imaginava, que, no fundo, eu conseguia reconhecer seus sinais de paixão. Não sei exatamente o que a deixava atraída por mim, éramos muito diferentes. Vê-la dessa forma era ardente, me deixava ainda mais gamado, fascinado. Mas, sinceramente, paixão? Eu não era desses… não era.

    O universo fez questão de me fazer reconhecer o fervor de tudo o que ela sentia, da pior forma, na pele… queimando em intensidade, atordoado de desejo para me perder — ou me encontrar? — novamente em seu olhar profundo. Admirando a exuberância da praça, sentindo o pesar da ausência de alguém que não permiti “ser minha”, agora, dilacerado pelo remorso junto ao arrependimento, era impossível mensurar o quanto eu a queria.

    Nunca imaginei que aconteceria um terço do que vivemos, nem que recordaria sem esforços os mais singelos detalhes, muito menos que o destino traria de volta uma paixão do passado, afinal, nossa história é de muito tempo. Fadados ao erro. Ela recuou na primeira vez. E na segunda? Eu fugi.

    Os meus pensamentos me torturavam e tudo só piorava enquanto eu buscava, numa tentativa falha, compreender racionalmente os motivos da minha fuga ao esmiuçar as fases do nosso distanciamento. Medo? Balbuciei no intuito de elaborar uma justificativa que a tornava unicamente culpada, irrefutavelmente não consegui. Havia um culpado? Hoje, creio que não. Mas uma coisa é evidente, situações pequenas, coisas ditas em dois segundos que pouco a pouco abalaram a conexão construída no decorrer das estações, influenciadas não só pelo meu orgulho, mas também, por toda ingenuidade amorosa dela junto ao seu desgaste emocional.

    No entanto, não são os fatos que me torturam, afinal, não sou capaz de mudá-los. Agora, nessa noite, nesta praça, sentado em “nosso” banco e sentindo o cheiro de terra molhada, sou torturado por questionamentos do eterno “e se…” e nada me corrói tanto. E se quando reconheci que estava me apaixonando eu não tivesse me afastado? E se ela me falasse quando a magoei? E se, depois de tudo, ao ser sincera ela não tivesse estraçalhado meu coração? Como não possuíamos um “relacionamento” não nos sentíamos confortáveis em cobrar ou prestar esclarecimentos. E se eu tivesse feito isso? E se ela tivesse feito? Será que ela tentou e eu não percebi? Não sei, na época sempre dotado de orgulho.

    A imagem dela no ponto não saia da minha mente, sozinha e pensativa, assim como eu nesta praça, ao contrário do casal que ainda estava ali, distante, mas ali. As horas corriam e eu nem me dava conta. Apesar de fisicamente bem, eu estava cansado, a mente cansada, tudo aquilo estava sendo tão exaustivo e, de modo antagônico, fazia meses que não me sentia tão vivo, pois eu queimava em intensidade, paixão. Como no verão passado, mas antes não notara a nobreza dessa dádiva, afinal, parece que a paixão consegue ser bela e árdua concomitantemente.

    Não sei como consegui manter a imensidão do que eu sinto escondida por tanto tempo. Enquanto a garota mais incrível que já conheci estava ali, eu, um moleque entusiasmado e imaturo, como sempre, queria só jogar, desvendá-la. Sequer pensava na possibilidade de gostar dela, gostar de verdade, pra valer. Eu não era desses de se apaixonar. E quando ela foi embora, não me dei conta que havia perdido um alguém que tanto precisava. Camuflei a dor. Ela disse adeus e parecia estar tudo bem, e estava, pois eu me enchi de prazeres e felicidades momentâneas para internalizar tudo. Eu não era desses que sofria e sequer conhecia isso de “superar”.

    Mas, hoje, voltando do trabalho, quando a vi, lutei para evitar esse turbilhão de sentimentos, os quais não mais consegui manter estancados. Sinto que não serei capaz de internalizá-los novamente, já não cabem mais ao peito, me sufocam, são maiores que eu.

    Enquanto pedalava, sob a garoa, a procura dessa praça, dei-me conta de como os meus envolvimentos amorosos de lá pra cá são supérfluos quando comparados a grandiosidade do que ela me permitiu sentir. Eu, sinceramente, não conhecia e não conheço isso de superar, afinal, eu nunca a esqueci, sempre acabo apaixonando-me por ela de novo, de novo e de novo.

    Não sei explicar a razão. O universo? Nunca acreditei nisso de “destino”, ela por vez… sinto-me condenado a acreditar. Espero que a nossa história não acabe assim, não pode ser, desejo que não sejamos apenas duas pessoas que não mais se conhecem com uma história profunda num passado em comum.

    Ao som baixo de “ASTN — Love No More”, fechei os olhos, respirei fundo e permaneci ali, sentindo a natureza, ouvindo ao longe o barulho da cidade abafado pelas árvores e pelos meus fones, sentido o mundo e a vida ao meu redor e em como tudo aquilo era incrivelmente gostoso, finalmente, em meses, eu me sentia vivo.

    Mais uma vez respirei fundo, deixando os pensamentos e angústias irem embora, pouco a pouco evadirem-se, até que permaneceu apenas a perfeição daquele sentimento puro e inexplicável dentro de mim. Realmente, agora, desejava apreciar a noite nostálgica, sem os conflitos internos, só memorando, com intensidade, as coisas boas que fizemos um ao outro, os nossos melhores momentos — onde as situações mais simples eram repletas de borboletas no estômago -, lembrando o quanto ela me incentivava a ser uma pessoa cada vez melhor.

    Transcender. Era essa a palavra que ela usava. Senti uma brisa ao pé do ouvido, lentamente abri os olhos, reconhecendo que tudo o que vivenciei nesta noite foi preciso, para minha alma, pro meu coração, pro meu eu.


    Janaina Couto ©
    [Publicado — 2018]

    @janacoutoj

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    Como-escrever-coisas-felizes-depois-de-muito-tempo-escrevendo-coisas-tristes-?
    O segredo era deixar as palvras virem e vômitar tudo em uma folha em braco. Dar cor. Mas e se eu precisar da cor azul e amarela, se eu só consigo fazer preto e roxo? E se eu engoli tanta cor fria que eu nao consigo mais sentir cores vivas e quentes? Se nas minhas mãos tem tantos calos pós trabalho árduo, como faço para voltar a ser delicado?
    Como é se sentir leve e delicado? Lembra de quando eu era porcelana limpa? Eu era leve? era suave? Me conta mais. Me traz de volta naquela época, por favor. Me deixa fingir, me deixa rodopiar leve, solto, descoordenado. Me deixa cair e rachar, me deixa poder quebrar de novo. Me deixa voltar...
    Tentativa 1:
    É domingo. Estou em um parque com cachorros correndo de um lado para o outro. Meus olhos estão fechado pois o maior prazer é sentir o sol e o cheiro de grama cortada. Quando reabro os olhos, vejo à minha volta algumas pessoas. Não são estranhos, mas tem rostos estranhos. Eu sindo em cada um uma grande preocupação e carinho. Seus olhos estão voltados para mim e os meus para eles. Eu sinto o calor e sinto o cheiro do chá que bebemos. Eu ouço o violão tocando musicas de alguma banda de MPB enquanto todos cantam juntos. Eu vejo comida sob uma toalha de pic nic. Eu vejo sorrisos e risadas. Nesse mesmo dia, mas deitado na cama mais tarde. Eu fecho novamente meus olhos e me sinto ainda no sol, ainda sentido cheiro de grama cortada, ainda sentindo aquele calor. Eu sei que essa memória, que agora ja faz parte da coleção de lembranças boas, vai me ajudar sempre que preciso.
    AAH EU NÃO CONSIGO.
    Tentativa 2:
    É quinta e eu já cheguei do trabalho. Vou correndo para o quarto e organizo pensando em cada detalhe. Troco a roupa de cama e acendo um insenso. Fico sentado no chão, com as costas escoradas na cama e o silencio se fixa até que o cheiro de insenso passe. Me levanto e vou tomar banho, eu relaxo. Agora de pijama, com as meias por cima da calça e uma pantufa de pata monstrusa, eu vou até a cozinha e faço minha janta. Coloco uma musica animada e preparo panquecas. Infelizmente, quando terminei a ultima panceca, já tinha comido todas as outras sem recheio mesmo. Olho para o recheio e para o prato de panquecas vazio. Coloco tudo no pão e como com satisfação.
    Deito na cama e ela está gelada. Com cheiro de amaciante. Olho as horas no celular e conecto ao carregador. Retiro da cabeceira o meu livro favorito, (insira aqui o nome do seu livro favorito) e leio até cair no sono, acordando com o livro caindo na minha cara. Logo após, cambaleando, eu guardo o livro e apago a luz. Descanso.
    É, acho que essa ficou melhor.
    Tentativa 3:
    Talvez seja melhor viver e depois escrever. Será que minha lembranças boas que posto no papel soam falsas porque são falsas?
  • [Poemas] PERDER

    Os dias correm
    penso, felizmente,
    cada vez menos em ti.

    Foi
    na verdade, ainda é
    tão árduo tentar te esquecer.

    Sequer sei se é possível
    essa coisa de esquecer.

    Acredito que não.

    Basta uma brisa
    um lugar
    um cheiro
    e, inevitávelmente, eu falho.

    Sim,
    eu falho
    cada vez menos.

    As vezes 
    me assusto 
    ao lembrar que ainda havia 
    um tanto de mim pra você conhecer
    é uma pena.

    Realmente uma pena,
    lentamente você me perder.


    Janaina Couto ©
    [Publicado - 2018]

    @janacoutoj

  • [Roteiros] ETERNO

    […]

    Estive refletindo todo esse portfólio. O nosso amor. Sabe no que tanto andei pensando? Que a gente deveria casar. E ter uma família, cachorro. Temos uma conexão surreal, gostamos muito um do outro. Não há desculpas ou o que se questionar. Já sei que a resposta é um sim, não precisa responder. Agora só falta marcar o dia… Pode ser hoje mesmo, ao anoitecer, no Recanto, assim que eu sair do trabalho. Fechou então, marcado.

    Vamos mesmo casar hoje, viu? Uma cerimônia a dois, simples e singela, vamos eternizar cada segundo entre o luar e o alvorecer.

    Está será a noite mais incrível dos nossos dias.

    Olha, juro para o Universo que não estou brincando. Você diz que eu sou louco, mas ainda não sabe o quanto. Te amo, meu Jacarandá.

    […]

    Está falando sério? Adorei o seu falar cheio de convicção. Convicto quanto a mim. Exatamente assim, não há que se ter dúvidas.

    Eu trocaria a eternidade por esta noite, como em “Relicário — Nando Reis”. Caso com você quando e onde quiser.

    Assim que te vi, topei uma vida com você e todos os frenesis que há de vir. Estamos entrelaçados. Ligados por todo o sempre.

    O destino me mostrou isso ainda no principio. Te contei, cedo, nas entrelinhas e você não se deu conta.

    Lembra quando nos conhecemos? A primeira vez que nos encontramos?

    Recordo fervorosamente cada detalhe. A primeira vez que senti o seu toque, o teu cheiro, o teu olhar… A primeira vez que ouvi o teu timbre. O nosso abraço sob a densa chuva.

    As águas de março fechavam o verão e naquele dia eu tomei o banho de chuva mais gostoso da minha vida. Sobretudo, me vi no envolto corporal que estranhamente me arrepiou dos pés à cabeça.

    Somente quando diante do seu olhar eu compreendi tudo. Se tratava daquilo… a chuva.

    Quando do nosso primeiro beijo, a chuva também estava lá. Marcando o principio do relicário imenso desse amor.

    Em algum lugar no tempo ouvi dizer, e acredito com veemência, que as coisas que se iniciam com a chuva são eternas. Nos transformam. Mudam a nós mesmos radicalmente. É um sinal de que estamos alinhados ao nosso destino. São instantes atemporal.

    Sabe, tenho essa sensação… de que o “eu e você”, de algum modo, sempre esteve escrito. Não sei explicar, só sinto.

    […]

    Mulher, você é fantástica. Confesso, tive receio de que julgasse bobo, precipitado e mal desse ouvidos. As estações correm e nós permanecermos a agir como no principio. Não há que se esperar nada se tratando de nós dois. Não passamos vontade. Não importa como, quando ou onde. Gosto disso na gente.

    […]

    Óbvio que foi inesperado. Sem mais nem menos, de um instante a outro. Aliás, diante de tudo isso aqui, inequívoco que eu seria incapaz de dizer um “não”.

    Se trata de você, meu bem. O homem que tem nas mãos o meu choro de mulher, que tem o meu ver, o meu olhar e o que quiser.

    Eu toparia casar com você até mesmo se a proposta for fazendo juras de mindinho. O casamento, ao meu ver, não é institucional e sim simbólico.

    […]

    Você tem um potencial para me dizer coisas tão lindas que eu fico perdido sem saber o que responder. Como se nada do que eu dissesse fosse capaz de expressar tudo o que eu sinto.

    […]

    Não precisa me dizer nada. O seu olhar, o seu toque, me diz o Universo e o mundo. A sua linguagem do amor é diferente da minha. Eu não preciso de palavras de afirmação para reconhecer o que você sente.

    Você não precisa usar comparações, canções ou palavras bonitas para me fazer sentir amada. Basta palavras sinceras. Apenas.

    Gosto dessas nossas conversas. São lindas. Parece até mesmo que estamos seguindo uma espécie de roteiro, escrito por um alucinado que idealiza o amor.

    […]

    Eu jamais havia imaginado estar vivendo isso aqui. Esse “agora”, com você. Quando te conheci, não imaginei que seria a mulher com quem dividiria a minha vida. Na realidade, sempre te achei tão dona de si que parecia loucura cogitar qualquer envolvimento contigo. Você é um Universo de qualidades.

    Não sei o que em mim tanto te cativa.

    […]

    Sinto em dizer que não sei te responder. É um mistério. Eu mesma me questiono isso. O que faz você, ser você. Há algo, sei que há. Algo imenso.

    Posso apontar a dedo cada detalhe seu, pinta, marca, riso, jeitos e andados. É um conglomerado de coisas que te faz único. Fico imersa nos seus detalhes.

    Não precisa de muito. É justamente por ser tratar de você.

    Não sei explicar, desde o início, ainda que você e qualquer outro alguém agisssem exatamente da mesmíssima forma, eu sempre fui atingida ao máximo por você.

    O sorriso que enaltece o meu dia. O colo que eu deito e descanso. O olhar que despertar o meu lado devasso.

    Não percebe? Eu amo você. Você. Todo o conjunto do seu eu, cada partezinha.

    […]

    O que eu sinto por ti é desmedido a ponto de ser misterioso. Até mesmo mais que o céu, o luar e as estrelas. Eu sei exatamente o que torna você, você. Cada uma das coisas que me faz transbordar.

    […]

    Sabia que sou fascinada nessa coisa? Planetas, estrelas, anéis… Gostei dessa comparação com os astros. Pode ter certeza que irá encontrá-la em algum dos meus textos. Eles são cheios de você.

    […]

    Então, escolhi a noite certa. Um evento celestial para marcar mais um epílogo. A noite de glória para Vênus, seu ápice. Iremos contemplar o extremo de seu brilho sobrecarregar as Plêiades, da constelação de Touro.

    Aliás, por falar em astros, recorda a primeira música que cantei para ti? “Mecânica Celeste Aplicada — Yoñlu”. Tudo quanto a nós está repleto de pequenas coincidências. Sempre estamos diante da “sincronicidade” que você tanto fala.

    […]

    Espero não estar sonhando, delirando ou em devaneios. Você sempre me surpreende e cada vez de uma forma mais esplêndida. Se eu pudesse, nos fazia eternos.

    […]

    Vamos estagnar o tempo. Eu te farei eterna, em mim. Exatamente como em “As Coisas Tão Mais Lindas — Nando Reis”. Dias, semanas, meses, anos décadas e séculos, milênios vão passar e viveremos por todo o sempre, eternamente, no templo que construímos um no outro.

    […]

    Me sinto grata por você ser o alvo de toda a minha doação e entrega. É um prazer ser você a ter nas mãos o meu sentir e cada fresta do meu corpo. Eu amo a forma como me tem, como me toca (em sentido amplo).

    […]

    O prazer é mútuo. Sei o quanto adora ser chamada de “Vênus”. Mas, você não se dá conta que ser uma deusa, se tratando de ti, ainda é pouco. Você é um Universo inteiro. Aliás, o mais lindo que poderia existir. Tanta força, beleza e intensidade em uma única mulher. Você é expansão.

    […]

    Obrigada, meu bem.

    […]

    Eu quem sou grato. Terei a honra de casar com você. Aliás, venho matutando isso há dias consideráveis. Te comprei um vestido bem antes disso, por de imediato memorar você.

    Fica tranquila, não é branco e muito menos “de casamento”. Sei o que pensa a respeito. Sabe, Ele é do tecido e com os tipos de detalhes que você gosta. Quanto a cor, estampa e tudo mais, não sei dizer. Ele é a linha tênue entre o luar e o alvorecer.

    […]

    Perfeito.

    […]

    Sabe, adoro isso na gente… como nos tratamos. O imenso respeito. A cautela, cuidado e zelo um com o outro. O nosso amor puro. Nesta noite, vamos materializar não apenas simbolicamente. Te fiz algo. Também te escrevi outra música. Bom, seria surpresa, mas eu fico nervoso nesses instantes.

    […]

    Tenho certeza que irei amar.

    Está aí mais uma coincidência. Finalmente finalizei aquele capitulo. Eu escrevi todo o nosso enredo. Cada texto é pautado em um momento. São escritos repleto de frases, cores e falas dos nossos dias. Pormenorizei os nosso detalhes. Espero que goste da minha dedicatória, o primeiro exemplar será seu. Bom, seria surpresa, mas não me contive.

    […]

    Nas ultimas semanas, reconheci o seu jeito e andando diferente. A mudança do seu semblante. Acredito que se tratava disso. Eu tenho convicção que irei me desmanchar com cada palavra.

    […]

    Se trata não somente, mas também disso…

    […]

    Olha, a semana corria e muitos momentos pensei em “arrancar” algo de você, mas não tentei. Você pode ser boa em muitas coisas, mas não sabe disfarçar. Dissimular não é uma característica sua. Eu sinto que tem algo mais.

    […]

    Confesso que já fui melhor nisso. Te mostrei cada uma das minhas versões. No inicio de tudo isso, sobretudo, naquele 29 de fevereiro, eu te era um enigma. Hoje, me conhece tão profundamente que facilmente me decifra.

    […]

    Dona do meu pensamento, cogito algo. Aliás, que eu desejo fervorosamente que seja. Me diz, por favor, que não estou equivocado. Fala de boca cheia e com todas as letras que o nosso vinculo eterno já foi materializado.

    […]

    Se trata disso. Carrego o nosso vínculo eterno em meu ventre.

    Janaina Couto ©
    [Publicado — 2020]

    @janacoutoj

  • [Roteiros] RECEIO

    [Roteiros] RECEIO
     
     — Jamais. Vou me atentar a tudo o que você expôs e o que eu mesmo reconheci e prometi a respeito. E, você sabe o que eu sinto por você. Pode não ver ou sentir, por eu não demonstrar. Estou muito consciente quanto a isso. Mas, não é possível que não tenha se dado conta de que você está sendo a melhor pessoa que eu pude conhecer. Você é a minha dádiva.
    Se leu o meu texto, sabe o que eu penso.
     — Eu li e reli uma centena de vezes. Eu amo você, meu Jacarandá. Talvez, a única mulher que sou capaz de amar. Apesar dos pesares.
     Frase minha…
     — Minha agora.
     Eu sei. Ou acho que sei. A minha única certeza é quanto ao meu imenso sentir. Você é o motim de todo ele. É insano a minha sede do seu eu”. Sinto que absolutamente nada será capaz de me dissociar de você. A comistão ocorreu e, felizmente, não há nada que possamos fazer.
     — Diz que sabe… Diz que sabe que eu amo você.
    Espero que nós dois nunca magoemos ou decepcionemos um ao outro para algo bonito nāo se tornar lindamente horrível.
    Pois, tenho plena convicção que na hipótese, eu, ainda que não mais goste de você, jamais deixarei de te amar. Isso vai me dilacerar de todas as formas, esfarelar o meu sentir e sei que levarei comigo por todo o sempre cada uma das migalhas.
     — Fico boquiaberto com cada palavra sua. Independente do que aconteça entre nós, sei a imensidão de tudo isso… que você realmente gosta de mim e de mais ninguém. Jamais serei hipócrita ao ponto de jogar fora.
    Nós somos pessoas, meu bem. Sobretudo, muito diferentes. Se é preciso ter cautela e cuidado consigo e com o que causamos no outro. Eu mesma tenho medo de fazer mal para você, de qualquer forma, … emocionalmente, psicologicamente. E, se esse desatino um dia acontecer, jamais me perdoarei. 
     — Eu também… apesar dos pesares. Me sinto péssimo quando me diz essas coisas. Fico imerso nesse contexto. Não entendendo como sou capaz de afetar você de diversas formas, com minhas omissões e posições. Aliás, sei que essa sensação é recíproca da sua parte. O nosso amor é lindamente doentio.
    Sim. Espero, com todas as minhas forças, que as coisas que foram ditas após o episódio quente diante do enorme Cinamomo não sejam por ti ignoradas. Sabe, para o meu bem e consequentemente, o nosso. Eu mergulho, chego ao âmago e você parece não ter qualquer noção quanto as profundezas. Para existir um relacionamento amoroso entre nós, eu preciso que você se atente, assim como eu sei que preciso em alguns pontos.
     — Sim. Eu sei disso. Fica tranquila. Inequívoco que nada é proposital. Jamais me perdoaria por machucar você. Sou incapaz desejar, planejar ou cogitar tamanha atrocidade. Sabe, a mudança não será efêmera, mas prometo tentar. Não quero te afastar de mim, aliás, isso sequer é possível… somos uma linda comistão, lembra?
    Não me interprete mal, foi porque noite passada me vi precisando avisar a presença de uma coisa que outrora você havia dito que iria se atentar e tentar evitar.
     — Sabe, me vejo abraçando você, te beijando e presenteando com uma rosa, mas que está dotada de espinhos quais eu sequer os vi ou senti. Até que, de um instante a outro, você se espeta. O seu sorriso se esvai, o seu olhar fica trêmulo e fixos aos meus. Exato momento que te vejo sangrar e me desespero. A culpa permeia o meu corpo sou dilacerado por ver que, ainda sem ter querer culpa, te causei dor…enquanto na realidade o que eu desejava era tão somente proteger, cuidar e amar o meu universo, a minha mulher.
    Não vou negar, vejo isso. Somente frisei aquilo por ter receio de que você entenda todo o epílogo desde o desabafo no Cinamomo como um “Ela nāo se importou. Fez uma cena. Nāo consegue ir”.
     — Não. Não penso isso de você.
    Me vejo voltando atrás numa decisāo e isso é incomum, se tratando de mim. Nāo descarta as coisas que eu te falei. Um pedido de desculpa ou uma promessa sem mudanças é manipulação, leva isso pra vida. Prometo ser cautelosa com você.
     — Adivinha o que estou ouvindo?
    Não faço ideia, meu bem. Vou voltar a dormir… levantei para falar contigo antes de você ir trabalhar e estou acordada desde entāo.
    Vamos ver até quando isso vai durar. Estou ouvindo a música que define você, para mim. Você segue o nosso pacto à risca, se faz “nua e crua” para mim e a canção retrata isso. Retrata a grandeza de uma mulher, de imediato penso no meu universo. Você. Ela é, sobretudo, linda como você. “É Você Que Tem — Mallu Magalhães”. 
    Irei ouvi-la agora. Não pausa, okay? Colocarei os meus fones, ouviremos juntos. Olha, se depender de mim, essa rotina vai perdurar por todo o sempre. Em cada um dos nossos dias.
     — Você é surreal.
    Sabe o que também é surreal? Enquanto qualquer coisa é motivo para você nāo querer falar comigo, eu suprimo minhas horas de sono para ter o prazer em falar com você antes do incio do amanhecer.
     — Não diz isso…
    A verdade é dura de se ouvir…
     —Eu amo você.
    Meu mais insano e desmedido amor, se atenta aos detalhes, vamos fugir da mácula. Eu amo você, meu Tigre Malaio.
  • [Roteiros] RUPTURA

    Eu sempre vou ter o que falar. Não guardo palavras. Mas, é cansativo quando são proferidas em vão. Sobre o meu sentir, você sabe. Aliás, fim de semana passado foi incrível.

    Posso apontar a dedo (os seus e meus) erros e os acertos, ações e omissões, os altos e baixos.

    Obrigada pelos altos.
    Obrigada pelos dias gostosos.
    Obrigada pelos olhares, pelos momentos de verdade.
    Obrigada por me mostrar inúmeras coisas.
    Obrigada pela imensidão do que me permitiu sentir.

    Porém, foi sobretudo, conturbado para apenas uma estação. Não vivemos ou viveremos tudo o que eu gostaria. Não comecei nada pensando no fim.

    O ponto final você põe, agora, sozinho. Não precisa me falar razões. A minha resistência ao CEDER e a sua necessidade em IMPOR sempre foi um problema entre nós. Sobretudo, o jeito como lidamos com as coisas, que é grotescamente diferente. Causou muitos dias baixos (como ontem e hoje).

    Todas as minhas declarações, choros, abraços, beijos, toques e olhares, foram sempre, profundamente, de verdade.

    Sabe, você diz sentir o universo por mim. Não sei como se pode amar alguém e facilmente colocar ponto final em relação a ela, bem como sempre ameaçar partir. Muito menos como tudo pode ser razão para partida. Não sei se é por você ser imediatista. Não sei.

    Acaba por me proporcionar alvoroço emocional. O alvoroço existe justamente pelo que pulsa em mim, por eu gostar de ti de uma forma desmedida.

    Você parece não perceber que, para quem está do outro lado, isso é foda, pra cacete. É uma espécie de controle emocional. Sem contar que mostra fragilidade do nosso elo, em muitos sentidos. Te disse isso das outras vezes.

    Francamente, como amiga, se atenta nisso. Como isso afeta e o que demonstra para o outro. Não sei se nos seus relacionamentos anteriores isso fluía ou como sua parceira reagia. Mas, pode descartar se quiser. Não tenho outra experiência para poder comparar. E, ainda que tivesse, sabe o quanto detesto comparações.

    Por favor, não me venha com “vai deixar a nossa coisa se desmanchar”. Sendo sincera, você quem iniciou a ruptura e, dessa vez, simplesmente acatei sua decisão. Não jogue o peso da sua escolha sobre mim.

    Recordo precisamente do seu efêmero posicionamento. Ouvi com atenção aquela frase, que, aliás, óbvio, atordoa a minha mente. “Não está bom pra mim”. Ainda que antes mesmo de proferi-la, intuitivamente pude pressentir o que diria. A mensagem amarga. Ao soar de cada silaba proferida, cada movimento dos teus lábios, queimava. Lentamente eu provava cada farpa do veneno.

    Não vou enganar a ti, muito menos a mim mesma, estou decepcionada e, mormente, com raiva. Por todo um conjunto.

    Aquela conversa não foi em vão. Aliás, nunca qualquer conversa, fala, minha foi frívola. Detesto a ideia de me doar em conversas baldias.

    Você não pode dar tchau pra mim sempre que tiver vontade. Fazendo-me sentir imenso temor diante de toda e qualquer coisa ínfima, propriamente por saber que você, a qualquer momento, irá se voltar a mim dizendo um adeus ou ameaçando isso.

    Você não pode me dispensar e depois -quando quiser - me chamar, acreditando que vou ignorar isso e simplesmente "gozar".

    Não pode me descartar assim, achando que isso não me abala ou enfraquece um vínculo.

    Sabe o pior? Isso não foi agora. Já havia acontecido mais vezes do que eu gostaria, aliás, vezes demais que chega a ser difícil de acreditar. É tristemente reincidente.
    Não quero uma relação instável. Não quero me sentir insegura, pontualmente nesse sentido: “hoje ele quer estar comigo, amanhã, sem mais nem menos, talvez não”.
    Tenho horror a estar constantemente dependente da sua aprovação e, principalmente, a conviver com a necessidade incessante em me certificar de que “está tudo bem entre nós”.

    Não quero ficar absurdamente pressionada pela ideia de que “se eu não fizer determinada coisa ou se não agir da forma que ele espera/deseja, independente do que penso ou quero a respeito, para mantença do ‘nós” irei ceder, senão ele virá colocar um ponto final ou ameaçar fazer”.

    Não quero estar obrigada a ceder quando não vê necessidade ou sequer sentir vontade para tanto, muito menos quando reconhecer um problema quanto a anuência. Fico apavorada ao me ver sendo qualquer pessoa, que não eu mesma, por temer sua partida.

    Naquela madrugada, custava pensar antes de agir? O que te faz mudar de ideia logo após enfiar na minha garganta um ponto final? Nem sei se mudou, sequer o que te motivou a tomar uma decisão incrivelmente ruim. Juro que isso me intriga. Desde quando o que penso ou sinto sobre a árdua transição do “nós” para o “eu e você” passou a te importar?

    Você fez isso, sozinho, quando eu menos esperava, quando eu sequer podia sentir cheiro de partida, muito menos cogitar qualquer coisa parecida.

    Depois daquela tarde de domingo quente, quando fizemos juras de amor e promessas, exatamente quando, para mim, estava tudo passando a fluir de um modo surreal; mais uma vez, você me fez sangrar, encerrando o nosso ciclo por “bobagem”, quando parecia ser o início do nosso melhor tempo. 

    Acredito que foi a coisa mais idiota que você fez. Justamente por eu gostar pra caralho de você aquela conduta foi uma merda.

    Talvez, seja como canta Adriana Calcanhoto, “Rasgue as minhas cartas e não me procure mais, assim, será melhor.”

    Não importa o que diga. Não me é interessante que as promessas sejam renovadas. Pois, não me valem de nada até que as cumpra. Teve inúmeras chances e elas não foram aproveitadas.

    Não irei permitir ser como das outra vezes. Ainda que eu dê uma nova chance, para o “nós”, é muito provável que semana que vem você faça a mesma coisa. Nessa frequência, irei permanecer me magoando. Detesto com todas as minhas forças o “vai e vem”. Eu não aguento isso.

    Fico pensando naquilo... Se para ti não está bom, imagina para mim com essa instabilidade partindo de você. Não é decidido quanto ao meu “eu”, em muitos sentidos.

    É claro, não imaginava que o nosso relacionamento poderia ser conturbado assim. Instável. Não quero isso para nós. Desejo pisar em terreno seguro. Mergulhar e não cair nas pedras.

    Eu que sempre falei em reciprocidade e priorizei “leveza”, me deparo num naufrágio. Não está sendo saudável e você não vê ou, ridiculamente, fecha os olhos.

    Por constatar o caminhar das coisas e acreditar sinceramente que, nós dois, desejando, seríamos capazes de contornar a situação. Nos proteger da mácula. Te escancarei isso antes. Justamente pela árdua percepção que, naquele domingo, eu te implorei: “vamos tentar”. Mas, infelizmente, nas oportunidades para vermos a tentativa, ela não aparece.

    Desse jeito eu não quero mais. Estive pensando muito de sábado pra cá. A mesma cena se repete. Não quero permanecer num relacionamento desse jeito, a nossa coisa não estava boa para ti e, para mim, estava ainda pior. Sabe por quê?

    Não quero ter que ceder aos seus caprichos (saiba diferenciar ao que me refiro) sob ameaça de te perder! Muita pressão sentimental que estava me sufocando. Sinto que a qualquer momento estarei sozinha, quando eu menos esperar, então é melhor que seja agora, já que você mesmo decidiu isso sob o argumento ridículo de que não supro as suas expectativas.

    No mais, anseio estar com alguém confiante sobre mim. Você sempre com ameaça de fim não demonstra isso.

    Aliás, quanto a sua carta, foi a primeira que recebi dessa forma de amor. Olha, independente de tudo, você sabe o quanto eu sinto por você.

    Desculpa não conseguir responder. Pela primeira vez, não tenho palavras. E isso é raro. Acredito que por estar indignada, com raiva e decepcionada, por aquilo que já falei.

    Eu confiei em você. Confiei em muitos sentidos. Estava mergulhando e me entregando emocionalmente e fisicamente. Para o cara sempre romper comigo por nada. Sem contar nas ameaças de partidas anteriores e nas coisas que já te foram ditas.

    É evidente. Fiquei e estou magoada. Quanto ao nosso vínculo, sou porto seguro enquanto você, para mim, aparenta ser incapaz de ser qualquer coisa próximo a isso. Sempre instabilidade da sua parte.

    Não vou me sabotar tentando repousar a culpa da ruptura nas minhas condutas. Eu sei que tentei agir para você, a todo instante, da forma que eu gostaria que agisse comigo.

    Lembra? Em muitos momentos eu falei “É apenas o começo. Estamos nos conhecendo. Calma, tudo no seu tempo. Podemos lidar da nossa forma. Não esquece o nosso pacto”.

    A estação inteira eu pugnei por um relacionamento saudável. Com sinceridade, reciprocidade e confiança. Sem joguinhos, desconfiança e “paranóias”, pois sequer haviam razões para tanto. Eu via a instabilidade e a repudiava com todas as forças, pois, afinal, eu gosto muito de você e queria o “nós”.

    Acredito mesmo que quando os dois querem, fazem acontecer. Mas, se é preciso maturidade.

    Em muitos momentos não me impus da forma que eu deveria. Ao contrário, conversei cruamente para te explicar o problema de algumas coisas e que poderia se sentir seguro quanto a outras. Não obstante, aceitei coisas que não gostei, de modo desprezível deixando “passar” para ficar tudo bem entre a gente.

    Digo com convicção que em instante algum agi num imediatismo cego contigo, por temer o que isso poderia suscitar em você, a mim e, sobretudo, na nossa coisa. Sei que até mesmo tu reconhece. Pois, diante de toda e qualquer pequena situação de desconforto, eu explicava as minhas razões, problemas e escolhas, me fazendo “nua e crua”.

    Sempre valorizei e recordo de todos esses diálogos. Para mim, representavam um marco para que desde as ínfimas à grotescas situações de incômodo não se repetissem. Deveríamos evoluir para sabermos enfrentar e lidar com coisas novas.

    Reconhecendo que não raramente pareci a sua psicóloga, explicando o problema das coisas, pontos de vistas, aconselhando a ressignificar e mostrando como tudo poderia ser mais suave. Nós dois precisávamos de equilíbrio e aprender a sopesar as coisas.

    Como se não bastasse, para mim mesma, muitas vezes te julguei por “infantil”. Assim como sei que, ainda no momento tendo plena convicção do contrário, também fui.
    Fizemos “pactos” para facilitar o correr dos nossos dias, já que vemos e lidamos com toda e qualquer coisa de modos absurdamente distintos. “Eu e você sempre ‘nus’ e ‘crus’”, lembra? Mas, aparentemente, nos instantes em que mais se era preciso, só eu recordava e estava disposta a segui-los.

    No último mês, houveram partidas em todas as semanas. Todas! As mesmas promessas já foram feitas outras vezes, sobretudo, nas últimas semanas. Por favor, não vamos normalizar isso. Mostra bem mais que fragilidade.

    Relacionamento é balança e não depende só de um. A conduta do outro gera sempre reação. Se isso prosseguir, da maneira como estava, é inequívoco que iremos adentrar novamente no mesmo ciclo vicioso. Assim, acabando somente por prolongar isso, a ruptura.

    Não adianta forçar nada! A entrega, o cuidado, o zelo e a valorização da nossa coisa deveria ser, de ambas as partes, natural. Independente do quanto eu deseje, independente da nossa conexão foda, não temos que forçar dar certo.

    É insano. Foi o meu primeiro relacionamento e sei que minha inexperiência pode ter atrapalhado. Não que sirva de justificativa para erros e afins. Quero dizer que, apesar de tudo, eu tentei agir com maturidade e responsabilidade afetiva. Convivi com uma sede insaciável de afastar as coisas que abalavam o “eu e você”.

    Acredito que irei me magoar ainda mais persistindo nessa ganância de cuidar de algo que independe somente de mim. Não sei como de um instante a outro as coisas podem ser diferentes.

    Você sabe muito bem. Dei um passo muito grande, seria uma surpresa e acabei te contando quando do seu adeus.

    Percebe? É difícil digerir que até mesmo quando tudo está bem, sem mais nem menos, do nada, chove. É triste remoer que na maior parte do tempo estamos no “baixo”, enquanto me apego aos poucos momentos de “alto”.

    Foi a estação em que senti o mundo. Mas, foram dias, sobretudo, conturbados. As minhas emoções ficaram à flor da pele.

    Não acato sua decisão sob o argumento de “é melhor agora enquanto é cedo, antes de entrelaçamos nossas vidas ainda mais, antes se apegar”. Não, não tomo, porque eu já estava apegada o suficiente, desde o meio-termo. No mais, pouco a pouco, te inseri em todos os âmbitos da minha vida.

    Tratava-se do nosso começo e ele deveria ser, em tese, muito bom. Deveríamos, os dois, estarmos eufóricos pela entrega um do outro. A reciprocidade, a sinceridade, o cuidado emocional com o outro tinha de ser trivial. Sem a necessidade de precisar provar que se importa ou, muito menos, se sentir obrigado a tanto.
    Sabe o que demonstra que não estava sendo saudável? Palavras suas: “ambos estão exaustos”. São coisas que não coincidem para mim. Exaustão em um curto lapso temporal. Uma estação! Parece muitos mais tempo, não é? Mas, não, foi só um verão. Com o outono, chegou a ruptura.

    Dessa forma, eu não consigo seguir. Passo o meu dia ponderando em como podemos elevar o suporte do nosso afeto. Fico tentando compreender o que acontece. Como se não bastasse, sinto constantemente o peso de precisar provar para você que pode confiar em mim, que gosto de você, que me importo, que me preocupo.
    Sendo que eu acredito que nunca fiz nada para você pensar o contrário e agir de acordo com tal. Não faz ideia do quanto me sinto imunda por isso. Insuficiente. Ainda que seja convicta de quem sou, muitas vezes, me senti assim diante de ti.

    A única vez que a partida partiu de mim, foi por isso. Por perceber tudo! Conversamos sobre reciprocidade, leveza, sentir e tudo mais. Houveram promessas de ambas as partes. Você se atentou a algumas coisas, mas ao que magoava, não. Com a primeira chuva de outono, nos encontramos nisso, partida.

    Possamos gostar muito um do outro. Mas, não foi a primeira que me disse “não está bom para mim”. Não sei como isso vai mudar de uma hora a outra. Levando em consideração o quanto já tentei, me sinto esgotada, sem cartas na manga. Como de um segundo a outro te farei sentir-se realizado? Não quero ser hipócrita.

    É duro. Posso gritar para o mundo o quanto é duro para mim enfrentar isso aqui, a ruptura.

    Sofro pelo que poderia ter sido e não foi. Não esquece.

    Acredito que estou frustrada, não pela minha entrega, mas justamente por acreditar com lasciva veemência que, depois do pôr do sol daquele domingo, nós dois iríamos tentar, mesmo! Por acreditar que as promessas, conversas e pactos não tinham sido em vão. Pelo meu crer de que nunca mais haveriam idas e vindas. Sempre estive disposta a enrrigecer a nossa coisa.

    E, exatamente uma semana depois, tudo volta ao antes. Ao morno.

    Meu mais insano e desmedido amor, o “eu e você” não vai prosseguir. É árduo dizer que na maior parte do tempo estávamos frustrados um com o outro, ainda que em vertentes distintas.

    Não quero viver na esperança de tentar. Não quero permanecer num relacionamento que conforme palavras suas, “só tenho preocupações”. Não quero seguir assim.
    Nossa afinidade deveria ser o refúgio. Algo digno de agradecimento. Sabe, muitas noites eu agradeci ao universo por estar ao seu lado, por dividir essa fase com você. Ansiei muito para que passasses a me ter como confidente, assim como te fiz o meu. Te falei isso, mas sempre respeitei o seu jeito peculiar, astuto e ocluso, nesse sentido; acredito que tratava-se de uma questão de tempo para você se sentir confortável para tanto.

    Talvez eu tenha posto muito expectativa e essa seja a raiz da frustração. Mesmo que eu tenha tentado manter os meus pés no chão. Desejei ter o seu verdadeiro “eu” comigo.

    Nesse quesito, sobre a sua carta, nas folhas “amarelas”, eu gostaria, mas não consigo ler aquilo e dizer “você não foi assim para mim”. No entanto, afirmo com convicção que você não foi somente aquilo.

    Existem dois caras em você. Aquele por quem me apaixonei e o que me faz ir embora.

    Sei que eu não sou ótima. Que não sou a dona da razão, aliás, não raramente estou completamente equivocada. Mas, realmente tentei agir para contigo da forma que eu gostaria que agisse comigo.

    Eu não menti uma vez sequer. Não tratei com desdém. Não joguei na cara o tempo que despendi para estarmos juntos. Não enganei, nem com ações, nem com palavras e em nenhum instante isso passou pela minha cabeça. Eu fui nua e crua para você, te mostrei cada fresta. Mas, nada disso foi o suficiente.

    Como se não bastasse, o meu sentir, nas suas palavras, “não o satisfaz”. E, quanto a isso, me recuso alegar qualquer coisa. E sei que essa frase jamais será esquecida por mim. Já disse o quanto detesto seu imediatismo?

    Estou assoberbada de pensamentos confusos e conflitantes. Por hora, não sei o que tenho mais a falar. E o que sei que tenho, prefiro acalentar.

    Já falei tanto. Fiz cartas de amor (puras). Me declarei. Me entreguei. Sobretudo, me joguei da cascata, a queda foi gostosa, mas acabei presa nas pedras.

    Não quero mais. Desculpa, sei que devo, pois também errei contigo, apesar da minha “ingenuidade”, como mesmo dissestes. Aquela história. E, sinceramente, pensando em tudo que vivenciamos, analisando os motins das nossas discussões, aquela consistiu na única coisa com titulo de “problema” e digna de uma ameaça de partida. Quanto às demais, trataram-se de coisas que poderiam facilmente ser resolvidas e acabaram, por nós, prolongadas.

    Independente da minha raiva e decepção, juro que digo isso com um imenso pesar, meu bem: Nada do que te digo agora é inconsciente. Essas não serão mais palavras em vão.

    Eu não havia planejado falar nada disso aqui. Depois de agradecer pelos nossos “autos”, pensei: “ao decorrer dos nossos dias, já falei o bastante”. Nada do que expus te é novidade. Não abandono o espetáculo sem mais nem menos.

    Sabe o que me corrói? Não fui para ti quem eu gostaria. Ser refúgio e confidente, por exemplo. Você não me permitiu ser. Acabava comigo te ver “morno”, com a mente e o olhar distante e, especialmente, por notar que os problemas te consumiam a ponto de te fazer agir mal com os que te querem bem.

    Foram muitas as vezes que te implorei para saber o que estava rolando e querer ajudar, mas parei quando me disse em voz alta e em bom tom que não queria a minha ajuda. Não dividiu. Não mostrou confiar em mim. Não me inseriu nos outros âmbitos da sua vida.

    Ainda assim, por ter ciência da sua dificuldade em compartilhar, te perdoo pelos momentos de desdém, pelos instantes que estava atordoado com os problemas a ponto de parecer que eu nem estava ali, que a minha presença tanto fazia.

    Porém, muitas vezes, agiu como um idiota comigo, como você mesmo pormenorizou na segunda folha amarela daquela carta. Como se não bastasse, quando diante dessas ações te disse “eu não não mereço ser tratada assim”, não ouvi sequer um pedido de desculpas, mas sim um “então arranja um cara que te trate melhor que eu”.

    São tantas coisas. São praticamente infindas para apenas uma estação. Fiz uma escolha, acatei sua decisão e, por hoje, não quero falar sobre isso. A minha cabeça está cheia e o meu coração inquieto. Não existe mais o “nós”.

    Eu disse sério ao falar que estou com raiva e decepcionada. Essa ruptura será ainda mais complicada se mantermos contato contínuo. Pelo menos agora.

    Mais uma vez, te peço, não coloque a ruptura nas minhas mãos. Você já tomou uma decisão e eu simplesmente concordei com ela. Faço isso pelo meu bem estar emocional e psicólogo.

    Não quero perder minha essência ou personalidade, como é o caso de ceder a meros caprichos, para manter relações, ainda por cima instáveis. Não quero me desgastar na tentativa de salvar algo sozinha, que não está somente sob o meu controle.

    Me apavora te ouvir dizer que existe algo mais, que estou dissimulando as razões da minha anuência. Parece absurdamente que não prestou atenção ou que ridiculamente descartou tudo o que já desabafei. Não é “do nada” e não tem que se achar estranho. Uma vez, naquele domingo, a partida surgiu de mim e pelos mesmos motivos de agora.

    Sabe o quanto desprezo idas e vindas. No pôr do sol daquele mesmo domingo te disse: “Me vejo voltando atrás numa decisão e isso não é comum para mim. Por respeito a nós, não vamos jogar fora”.

    Você voltou atrás também, em todas as suas despedidas…

    Suas ameaças de partidas e as despedidas foram motivadas com base em que eu fui para você, dentro dos seus limites, ideais de certo e errado e sentimentos.

    Sua percepção sobre o meu desejo de estar com você, príncipalmente sobre o meu sentir, depende de que eu seja quem você quer, ceder, suprir as suas expectativas até mesmo nas coisas mais mínimas.

    Sabe, eu tenho fervor por quem me deseja por inteira. A mim mesma. Não irei mudar a ponto de se tornar uma versão pirata de mim mesma.

    Eu queria poder agradar você, óbvio. Mas, sendo eu mesma e não precisando provar o meu desejo e tudo o que sinto da maneira que você achava que deveria ser. “Não está bom para mim”. Não consigo ceder a ponto de me tornar o amor que te satisfaz, que você deseja.

    Houveram pedidos de desculpas e promessas mútuos, mas nem todas elas foram cumpridas. No principal imbróglio, sequer houve tentativa. Nunca acreditei numa mudança repentina. Mas, o mínimo que eu esperava era uma mísera tentativa.

    Com instabilidade e insegurança sobre mim, tive dias de inquietação emocional e psicológica. Não consigo lidar, me martiriza. Acaba, assim, me atrapalhando nas coisas mais simples (concentração, estudo, trabalho).

    Confesso que nos “altos” me proporcionou coisas incríveis, êxtase. Mas, a maior parte do tempo estávamos no “baixo”. Pelo morno, me sentindo insuficiente, idiota e até mesmo alguém ruim. Sobretudo, “o não satisfaz”.

    Percebeu como sou repetitiva? Isso torna essa conversa densa e incrivelmente cansativa.

    Ainda que me questione, não vou mais te expor motivos. Foram coisas sempre ditas.

    Não vamos ser hipócritas. Isso não precisa acabar mal. Não vamos denegrir a imagem um do outro, não há razão. Aliás, algo assim é ridículo.

    Se é preciso aceitar os erros. Ficar triste pelo que não foi. Reconhecer o que se perdeu. E seguir com maturidade. No mais, agradecer os momentos de “altos”. Não é tratando como se nunca tivéssemos nos conhecidos que a ruptura se tornará fácil.

    Você não foi e não é qualquer pessoa. Isso não vai mudar, para mim. Marcou.

    Eu comecei com sinceridade. Vou terminar assim também.

    A minha decisão está tomada. Espero que aprendamos a não cometer os mesmos erros.

    Sobre a nossa coisa, o nosso meio-termo, me mostrou como sou intensa. Obrigada, mesmo, pelos instantes de intensidade. Adorava quando a nossa coisa pegava fogo.

    Você foi contemplado em ter o meu sentir, o meu querer, o meu corpo. Eu jamais havia me entregado tanto.

    Peço para que a nossa coisa fique entre nós. Principalmente os nossos detalhes, as coisas importantes que aconteceram. Desejos, intenções e afins. Assim como as coisas agradáveis e desagradáveis. Lembre, são memórias suas e minhas também.

    Me agrada a ideia de estagnar no tempo o “eu e você”.

    Não sei como vai me perceber depois da ruptura. Acredito e espero que não seja motivo para “descaracterizar” o meu eu. Jamais irei desonrar o seu nome. Por favor, não o faça com o meu. Não há razões. Não me interprete mal, peço isso por desencargo de consciência. Acredito no que sente por mim e sei que não faria tal coisa.
    Desculpa se te proporcionei momentos ruins.

    Foram meses repletos de primeiras vezes, para mim. Você sabe. Aliás, a primeira vez que proferi “eu amo você”, dessa forma de amor. E dane-se se foi cedo.
    Reconheço que sobre algumas coisas dei passos largos e tropecei nos meus próprios pés. Fui inconsequente. Me arrependo. Mas, jamais irei me arrepender pelo que fui e sou capaz de sentir. Muito menos, pelas palavras de amor ditas.

    Uma pena eu não tê-las visto valorizadas…

    Não quero ser vista como hipócrita.

    Sei que não compreende o meu pedido em mantermos a amizade. Não consegue entender como posso não mais te querer como seu parceiro (mesmo amando-o) e, ainda assim, implorar para que me tenha como amiga. “Não entendo como eu não te querer como amiga é algo que se deva discutir e fazer sentido”.

    Coloquei tudo às claras. Detesto quando questiona o que eu sinto. Eu não queria que fosse assim. Ansiei a transformação do meio-termo muito tempo. Você sabe. O meu sentir nasceu muito antes do verão. Não fale insinuando como se eu tivesse em algum momento mentido sobre o meu sentir, muito menos diminuindo o que me rasga o peito.

    A perda não é apenas de uma parceira ou um parceiro. É de um amigo(a) também. Não apague o meio-termo. Tudo começou numa amizade sem mais pretensões.

    - “Se você realmente sentisse intensamente, iria querer permanecer e continuar, tentar mudar. Nunca se afastar do problema, igual você fez. Me esquece. Você de repente decidiu que os nossos confrontos te fizeram sentir uma fracassada. Além de tudo, foi capaz de esquecer todos os momentos bons, sem mais nem menos, descartar-los e valorizar só os pontos ‘baixos’ para justificar a sua hipócrita vontade de partir. Forte seu amor.  Não vou negar. As vezes me pego preso nisso… questionando se tudo o que me disse, se cada palavra de afeto foi realmente cheia de sinceridade. Você é boa com as palavras e tenho medo de tê-las usado para comigo de uma forma deplorável. Não sei se seria capaz de dissimular dessa forma. É louco dizer, mas, sim, eu acredito no que diz sentir por mim. Ainda que muitas vezes não tenha agido de forma condizente, ainda que eu mesmo fique matutando a respeito. Tudo isso é insano (como você mesmo costumava dizer).”

    Quanto à mantença do “nós”, me recuso a permanecer no que me fazia sentir um fracasso. Essa sensação existia por você ter me dito bem mais de uma vez que a minha linguagem do amor não te satisfazia.

    Da forma que você coloca, faz-me sentir ingrata. Também estou despedaçada. Nos nossos dias, pouco a pouco eu estava me desfazendo em alguns sentidos e precisava do seu agir para me refazer. Por isso tanto diálogo, da minha parte. Por isso a ideia do “pacto”.

    Falei isso naquele domingo. Lembra? Com seriedade. Mas, quando tudo soava calmaria. Você choveu em mim. Foi isso que você fez naquela madrugada de sábado. Naquela noite quente, prometi a mim mesma que era a última vez que iria me fazer chorar. Última vez que iria me frustrar por você descartar suas promessas e não pensar em mim antes de fazer algo que tanto me afetava.

    Me desculpa por ser tão repetitiva. Te remeto inúmeras palavras, te falo coisas infindas, e sei que você acha um porre, acaba descartando quase tudo.

    Ao pôr do sol daquele domingo, me disse as mesmas coisas que agora. E eu voltei atrás na minha decisão, lembra? No mais, deixei claro que a hipótese de partida, da minha parte, se tratava de algo que não desejava, mas que a cogitei para evitar me machucar.

    Ainda que em outro contexto, estamos novamente na mesma coisa. Mas, dessa vez, eu já estou machucada.

    Espero que você fique bem, mesmo. Mas, sendo sincera, não vou mentir. Espero, no mínimo, um pingo de saudade, arrependimento ou pesar pela perca.

    - “Espero o mesmo de ti. Sinto uma saudade incessante. Sonho com você. Tenho arrependimento também. Quanto a estar despedaçada, não acredito. Se você sentisse saudade, vontade, amor… resgataria o ‘nós”. É simples. Eu te falei estar disposto a mudar, mas você não se importa.Eu faria o impossível por você e é deprimente te ver me colocar como imundo. Não jogue entrega na minha cara, suportei muita coisa por você e tu simplesmente joga fora. Sabe, me abri emocionalmente como jamais havia feito com qualquer pessoa. Você tem o meu amor nas mãos e está esfarelando ele. Nunca imaginei que seria capaz de uma coisa dessas. Te vejo traindo quem eu vi em você, principalmente, tudo o que me dizia ser. Você diz estar machucada enquanto me machuca também e não se dar conta.”

    Não me surpreende você não acreditar em mim. Simples para você falar pensando em quem fui contigo. Se coloca no meu lugar. Você mesmo reconheceu coisas nada bacanas que partiam de você. Não quero discutir.

    Foram poucos dias para tudo voltar ao antes. E as três coisas que eu mais te pedi para evitar, porque me afetava muito, vinheram num pacote no mesmo final de semana. Me decepcionei muito naquele sábado. Eu chorei a madrugada inteira.

    Não entendo como pode me amar e não tentar evitar fazer algo que eu tanto te pedia para ser cauteloso. Não entendo como não conseguia evitar fazer o que me desabava.

    Sabe, eu reconhecia quando agiria daquela maneira. Pressentia. Sabia quando seria tomado pelo seu imediatismo cego. Nesses momentos, eu falava coisas como: “Presta atenção. Lembra do que combinamos sobre lidar com os problemas. Não precisa ser assim”. Justamente para ver se você pensava em mim e no valor do nosso vínculo.  Antes de fazer qualquer coisa ou dizer, eu sempre pensava em como você ia se sentir. Por isso tenho certeza de que nunca te ofendi ou derrespeitei, ou magoei com o que falei.

    Não estava sendo saudável, meu bem. Não quero nós dois num relacionamento que ainda no início não estava sendo leve. Não vamos mais reviver essas discussões… Okay?

    - “Não adianta eu dizer mais nada. Vejo que persistirá nessa decisão. Eu preciso digerir a ideia e aprender a lidar. Sabe, foi você mesma quem terminou com a gente. Não te entendo. Eu corri atrás e você não quis mais, praticamente me esnobou. Permanece com a vontade de se afastar e de que, se ficar, será somente para ter minha amizade. Eu não quero ser somente o seu amigo, quero dividir uma vida contigo, desejo ser o seu parceiro. Sabe, nós discutimos algumas vezes e eu te disse coisas impulsivas, sobretudo, nunca dotadas de veracidade, foram coisas que eu não deveria (e não queria) ter lhe dito. Porém, apesar de tudo, isso jamais significou que não quero a sua presença e muito menos que ela tanto fazia para mim. Não precisa ter medo, pode confiar nessas minhas promessas, nas falas que te remeto agora.No entanto, acima de qualquer coisa, sabe o que é foda? No momento que acreditei que ficaria comigo, você foi embora. Isso foi péssimo. Tenho medo de dizer a mim mesmo o que isso significa. Você não está disposta a erguer um castelo comigo.”

    É complicado erguer castelo com alguém que diante de qualquer lajota colocada torta ameaça abandonar a execução ou a faz. Dá a sensação de que a qualquer momento a obra vai ficar inacabada e desmoronar. Do jeito que você coloca, tudo se torna pequeno. Me colocando como venenosa faz eu me sentir muito bem.

    Não foi minha intenção “esnobar”. Foi o que te disse: Eu, ferida, iria passar a ferir você também. Não quero isso. Olha, eu não queria somente a sua parte fácil de amar. Não. Eu mesma falei: “eu e você nus e crus”. Eu disse desejar o seu verdadeiro “eu” comigo.

    Moram dois caras em você. O que fez eu meu me apaixonar e aquele que tem atitudes comigo nada bacanas, me tratando de uma forma que não gosto, e assim me cortando. E, se tratando de um amor que ainda estava no começo, esse primeiro cara deveria ser o mais presente e não o segundo. Diante do segundo cara, eu não conseguia ser o meu melhor com você.

    Aliás, tem algo que está engasgado e preciso te questionar. Sabe o que eu não entendo? Você me disse assim, duas semanas atrás: “Eu posso ser só esse primeiro cara”. “Posso mostrar só o meu melhor”. Me passou a impressão de que, de algum modo, você tinha plena consciência de tudo o que apontei… Não sei.

    - “Me desculpa. Sim, eu sempre tive. Por isso quero você de volta. Para agir como você merece. Aliás, como deveria ter agido desde o incio. Com o inicio da ruptura, passei a ver e valorizar tudo de uma outra forma. Me sinto mal com tudo isso. Porém, ainda que você exponha infindas coisas, só consigo pensar que: ‘É por isso quer partir pra sempre?’. Tenho a horrível sensação de essa conversa não vai dar em nada. Sinto que estou de mãos atadas. Estou implorando para ficar enquanto você constantemente arranja um argumento para reforçar sua partida. Me faz um monstro.”

    Já que percebia, por qual razão não agia assim antes? Já pensou nisso? Sabe, são um conjunto de pequenas coisas e estou decepcionada pela existência delas.
    Argumento porque você merece justificativas. Sobretudo, porque gostaria que se colocasse no meu lugar. Principalmente, que tentasse entender. Você sabe muito bem que não ser tratado da forma esperada por quem a gente ama, corta. Mas, tenho a sensação de que para ti, estou “fazendo tempestade em copo d’água”. “Sou exagerada”.

    A minha decisão não é fácil. Eu sinto o universo por você. Ainda que tenha me decepcionado com atitudes. E é duro assumir isso. Sinto saudade do primeiro cara, muita. Sinto saudade de olhares, toques, do seu abraço, de me sentir protegida ao caminhar contigo, do seu timbre… É por sentir muito, intensamente, que as coisas que apontei me machucaram e você não está percebendo isso.
     
    Isso é difícil, mesmo. Eu vejo que reconhece o que eu expus para aceitar a sua decisão de partida. Não questionou nada e disse reconhecer. Mas, vejo que não vê como motivo para ruptura.

    Eu adoraria — com todas as minhas forças — acreditar quando você disse “eu estou prometendo que vou mudar, porque a minha visão é outra agora”. Eu não sei qual é a sua visão, mas, ainda assim, tenho medo. Poxa, você confirmou que tinha percepção de tudo aquilo antes.

    Os dias correm e em todos eles eu revivo “a nossa coisa”. Tudo poderia ter sido diferente, assim como você mesmo expôs naquela sua última música.

    Não é por meras brigas. Isso vai existir, justamente porque nos importamos e queremos fazer dar certo estarmos juntos.

    O problema é por se tratar das mesmas coisas. Como vamos crescer persistindo nos mesmos “erros”, persistindo no que destabiliza a nós dois?

    Você é astuto, tem controle sobre o que quer. Sei que não me quer como amiga. Porém, preciso saber que você está bem. Se precisar de mim, independente do que for, me diz.  Você sempre disse ter problemas, mas tinha um bloqueio em dividir comigo. Se precisar desabafar, eu estou aqui. Pode confiar em mim. Não irá ouvir julgamentos. Eu sempre questionei sobre eles por me preocupar. Não faço ideia do que sejam. Eu ainda me importo. Isso não vai mudar. Sabe o quanto sinto, sabe onde e como me encontrar, se quiser, se precisar.

    Pensa numa coisa, por favor, é a última coisa que te peço. Questiona se, pelo caminhar das coisas, eu te fazia sentido.

    O sentido a gente percebe com o tempo. Sobre “tempo”, você disse não acreditar. Eu também. Mas, sobre relacionamento, é tudo novo para mim. Ao longo da estação, mudei pensamentos, me vi em coisas que antes dizia “jamais” e fui eufórica com coisas que antes me assombravam.

    Por favor, pensa realmente nisso. Pois, uma coisa é querer a presença de alguém e outra coisa é querer a presença daquela pessoa. E, se tratando daquela pessoa, se é preciso agir com maturidade e responsabilidade afetiva. 

    Se tratando de você, para mim, há sentido. Mas, não naquele caminhar.

    Me chame de venenosa, hipócrita o que for. Só não me puna por estar desacreditada quanto a promessas. Acredito que a mudança que tanto ansiei só existiria na certeza quanto aquilo. Eu sendo “aquela pessoa”. Acredito que assim você agiria como tal.

    Essa infinidade de palavras não existiriam se você não fizesse sentido para mim.

    Juro que tentei, mas não consigo entender como por qualquer “problema” você mudava comigo e dizia coisas como “presta atenção, eu só vou caindo fora” ou que o caminhar não te agradava. Como se não bastasse, algumas vezes, de última hora, tirou o nosso encontro dos seus planos porque, para ti, me ver “não valeria a pena”. E, não obstante, claro, sempre cogitava dar um basta comigo e chegou a fazer isso algumas vezes.

    É difícil ouvir essas coisas de alguém que você ama. Eu me senti insuficiente mesmo. Insuficiente para ti. É isso que eu quis dizer com um fracasso.

    - “Você nunca foi insuficiente, muito menos qualquer coisa perto disso. Aliás, eu pensei. Não quero ser seu amigo. Sei que não irei suportar te ver com outra pessoa, um dia vai acontecer e eu não quero estar lá pra ver isso, muito menos te ouvir falando desse alguém para mim. Não quero ter contato. Mas, ainda assim, pode contar comigo, sempre que quiser, para qualquer coisa. Sabe, eu amo você de todas formas e uma delas é como amigo.”

    Eu gostaria de ser sua amiga.

    Se isso acontecer, vai demorar muito. Pra caralho. Eu não sou do tipo que se apaixona em cada esquina.

    A recíproca é a mesma. Olha, você é um cara super atraente. Devem ter dezenas de garotas lindas interessadas em você e que despertam seu interesse também. Isso nós dois sabemos. Eu sou facilmente substituível. Se ocupo um posto, logo mais ele não será meu. Você já se envolveu com outras mulheres. Já teve outros relacionamentos. Sabe que o que digo é verdade. E se por acaso um dia se lembrar de mim, vai ser em algo singelo, por exemplo, ouvindo “É Você Que Tem”.

    E independente de qualquer coisa, da minha decepção amorosa (já falamos a respeito, sabe o que quero dizer), jamais desejarei o seu mal ou direi coisas ruins a seu respeito para qualquer pessoa. As coisas que aconteceram entre a gente e também o que não aconteceu, só cabe a nós. Aliás, ainda que eu possa em muitos momentos sentir raiva, desprezo e afins, sou incapaz de sentir ódio a ponto de profanar de modo detestável o outro. Não sou alguém que se domina por sentimentos ruins.

    No mais, também reconheço as minhas falhas. Espero, mesmo, que você não tenha somente memórias ruins. Tentei e acredito não ter magoado com palavras, te respeitei (em todos os sentidos). Se em algum instante eu não fiz isso, peço perdão. Pois, tenho muito medo de apontar e de cobrar do outro algo que não está em mim.

    Hoje, eu amo você. Mesmo. Apesar dos pesares. Ainda que, olhando com distancia, eu não goste de quem foi comigo.

    Não sei se você sabe, mas há 5 linguagens do amor. As nossas são diferentes, acredito que por isso você “não vê o meu sentir”.

    Talvez, agora, a minha decisão para você (mesmo depois de tudo que eu expus e esclareci) não faça sentido. Mas, daqui alguns dias, meses ou sei lá, acredito que fará.

    Nem sempre o sentir é o suficiente para duas pessoas ficarem juntas. E juro que acredito naquela ideia de que “há formas de se amar alguém para sempre”. No entanto, às vezes justamente a nossa forma de amar, lidar com as coisas, vê-las ou sei lá, atinge o outro de uma forma que não imaginamos. É preciso ouvir o outro e ter cuidado com o que se está construindo.

    A minha decisão é para não mais me magoar. Eu sou muito intensa. Tudo me afeta muito. É frustante ser o bilhete dourado enquanto o outro só enxerga preto e branco.

    Os nosso pacto estava sendo quebrado e os diálogos e promessas sendo vãos. Eu valorizo tanto essas coisas. Reforço, eu, ferida, ia passar a ferir você também.

    Quero muito o seu bem. Sei que um dia outro alguém vai ter o seu sentir e não quero que esteja despedaçado. Não quero que lembre de mim de uma forma ruim.

    Queria ter te proporcionado somente coisas boas, talvez eu não tenha feito, assim como você não fez.

    Apesar do quanto eu sinta, jamais irei me perdoar se, por acaso, persistir nisso aqui e perder a minha essência.

    Eu apago a luz e fecho a porta com cuidado.

    “Não suporto meios termos. Por isso, não me doo pela metade. Não sou sua meio amiga nem seu quase amor. Ou sou tudo ou sou nada.” — Clarice Lispector. Faz sentido sua escolha. Eu penso a mesma coisa. Queria parecer mais forte. Vou respeitar sua decisão.

    Ps. Se um dia eu escrever um livro, leia. Provavelmente, terá textos meus sobre sentimentos e coisas atreladas a você. Será capaz de reconhecer, eu acho. (Se quiser, claro).

    - “Ninguém será capaz de substituir você pra mim. Só você teve esse posto, da forma que sempre desejei, e só você terá, por todo o sempre. Não vou estragar isso. Talvez eu faça aquilo que você sempre me falou “ressignificar”. E sim, eu já estou despedaçado. Nunca me senti dessa forma. Me magoa ver que está decidida. Só me resta tentar superar e, além de tudo, respeitar. Me desculpa por todos os ‘baixos’. Eu amo você.”

    Nunca mais ouse duvidar do que sinto.

    Sabe, eu realmente acreditei que não mais estava fadada ao Naufrágio.

    Por fim, não joga fora as minhas palavras, nenhuma delas.


    Janaina Couto ©
    Publicado — 2020
    @janacoutoj


    [PS. Não se trata de um relato pessoal. Mas, confesso que é um imenso pesar reconhecer que o meu texto foi lapidado sob um apanhado de relatos de pessoas queridas que estão ao meu entorno.
    Ainda que mesmo nas coisas mais sutis possamos constatar algo a se repudiar e imediatamente afastar-se, não raramente, horrivelmente, isso acontece apenas quando se tornam salientes.]
  • 6 BALAS

     
    Tudo começou em uma noite chuvosa e escura... Havia uma moça muito elegante na rua, andando sozinha na escuridão.
        Um homem observava ela andando, com um olhar frio em seus olhos, ele a seguiu todo o caminho e decidiu colocar seu plano em ação, ele precisava conquistá-la então aproximou dela e abriu um guarda-chuva, levou ela até em casa! A moça de puro coração agradeceu e entrou. Achava ela que o homem tinha ido embora, porém ele estava observando... O homem então entrou pela porta do fundo e executou seu plano, em quanto ele torturava a moça ela olhava como se tivesse se perguntando o que fez para merecer uma morte tão cruel, o homem matou ela asfixiada e depois deixou ela vestida com uma roupa de boneca, montou uma mesa como se fosse a hora do chá e deu um tiro em sua boca essa foi a primeira de sua balas.
        Ele seguiu procurando outra pessoa para fazer parte de seu plano... O dia passou e ficou de manhã tinha que procurar mas vitimas, havia quatro crianças brincando em um jardim ele chamou as crianças e disse que daria doces e brinquedos se elas fossem com ele, elas foram, o homem levou para sua casa e matou elas depois de ter torturado com cortas e ferramentas, logo após colocou elas em carrinhos e em bicicletas no jardim como se estivessem vivas, assim se foram mas quatro balas.
         Sua última bala precisaria ser perfeita, então ele escolheu uma adolescente que fica lendo no parque, ele se aproximou dela fez uma amizade que parecia ser de pura bondade isso o que ela pensava, pra morte dela ele comprou um vestido rosa como o de uma princesa, na morte dela ele fez ela jogar um jogo completamente macabro ela gritava por socorro e ninguém escutava, ele então foi cortando o seu corpo e fazendo desenhos, depois colocou olhos de bonecas e vestiu como se fosse uma, para a última bala ser perfeita ele achava que todos tinham que ver... Então esperou anoitecer amarrou sem corpo em uma àrvore no parque onde ela ficava lendo seu livros.
        A cidade ficou chocada com esse crime e ninguém tinha nenhum suspeito a policia foi chamada para investisgar os homicídios... Assim foi que o assassino gastou sua última bala e ficou conhecido como o assassino das seis balas.
  • A arte diante de ti!

    Eu vi você sair daquela porta

    Com aquele jeito "encantador"

    E ao mesmo tempo despojado

    Ao ponto de ser engraçado!





    Só queria expressar

    Ou melhor tentar

    Expressar que você

    Me conquistou

    Com seu "jeitão" de ser!





    Toda vez que você sair

    Por aquela porta

    Irei te expressar de uma

    Forma diferente

    Daquilo que já foi visto!





    Por quê amor é algo inexplicável

    Não estou aqui para explicar

    Ou expressar amor algum

    Por alguém!

    Apenas estou expressando

    A minha arte ao meu ver!
  • A Bruxa da Arruda e o Sagrado de Tudo

    A manhã estava carinhosamente refrescante em um dia de verão calmo, que precedia o calor do seco e ensolarado tempo impermanente. Acordou às cinco horas da manhã como de costume, e já não tinha mais a necessidade do despertador do seu smartphone para tal feito. Simplesmente os olhos automaticamente em uma só expressão se abriram, o corpo em um só impulso na cama se sentou, e mergulhado nos seus pensamentos do que fazer com o novo dia de quarentena que auto se apresentava, meditava… claro! Aqueles dias eram por demais incomuns, de um lado tinha o dia todo pela frente sem a rotina acinzentada do levantar, correr e trabalhar, e, por outro lado, teria que ser criativo ao esforço máximo, em táticas incomuns e altruístas para não deixar que o tédio com toda sua improdutividade o arrebatasse, sequestrando a sua proposital impulsionada momentânea e intencionada alegria.
    Essa intencional alegria era a Poderosa Presença do Sagrado em sua vida. E apenas se baseava, por incrível que pareça, as coisas e recordações mais simples e singelas da sua tenra infância. Principalmente as lembranças delicadas e afetuosas de sua bisa, a Bruxa da Arruda, D. Darluz. Pelo qual, todas as manhãs, dedicava em um cantinho do seu oratório (em culto aos antepassados) uma vela sentada em um pires repleto de azeite de oliva misturado a sal grosso e mel, um pote de água que diariamente derramava seu líquido em uma específica planta de Arruda (Ruta graveolens), trocando a água do recipiente todas as manhãs, além de oferendas de flores silvestres, como: Cenoura-brava (Daucus carota subsp. Maximus); Centaurea Nigra (Centaurea nigra subsp. rivularis); flor Leopardo (Belamcanda chinensis); flor de Laranjeira (Citrus × sinensis); flores de Onze-horas (Portulaca grandiflora) e Calêndulas (Calendula officinalis). Tudo isso para se manter em conexão permanente com o espírito de sua querida bisavó. Sendo esta, em vida, sua sacerdotisa. E em morte carnal sua guia espiritual. Pelo que lhe prometera em vida terrena, que ao desencarnar nunca o abandonaria e o vigiaria de cima. Dando-lhe inúmeros conselhos e severas instruções ritualísticas de como manter o contato espiritual com sua alma e coração depois de sua partida.
    Para a Bruxa da Arruda, sua bisa, tudo era Sagrado…
    E do Sagrado… e unicamente, pertencendo ao Sagrado!
    Tudo era vivo! E tinha em si um grande e puro significado.
    Tudo era mágico!
    Tudo era místico!
    Tudo era encantado!
    Tudo era rico!
    Sua constante alegria não se baseava em emotivos momentos.
    Era como o constante balançar das árvores que bailavam se animando, apenas, com o tocar dos ventos.
    O seu grande sorriso em sua face iluminada, transmitia a qualquer um que olhava um manancial inesgotável de pleno contentamento.
    As pessoas que iam ao seu encontro de amor se preenchiam, automaticamente renovando esse sublime sentimento.
    Sua bisa lhe dizia que o Sagrado é um estado a ser sustentado constantemente. Um estado de bons hábitos e boas disciplinas que você mesmo se coloca a praticar. Um estado de Amor, de estar amando e de se sentir amado a toda hora e em todo momento, independente das circunstâncias, posses, pessoas, relacionamentos e virtudes materiais ou espirituais. Um estado de simplicidade e humildade, e cumplicidade no serviço devocional, na prática da caridade e solidariedade. Vivendo em perfeita gratidão e sendo gentil não só com as pessoas, mas a tudo em que os nossos sentidos intentar, aplicar e perceber. Lhe dizia que o segredo para vivenciar o Sagrado na prática, estava na gratidão e valorização da vida em todas as suas formas, não diferenciando uma pepita de ouro de uma simples pedra do rio, um ser-humano de uma formiga, a mais iluminada estrela do céu noturno de um singelo grão de areia das praias do mar. E essa valorização é ver a beleza oculta no amago de todas as coisas, sua Energia Divina e Intenção Criativa. Dizia-lhe que para realização de tal feito era preciso se livrar das amarras da má educação de si mesmo, que degenerou os nossos sentidos na elaboração de conceitos e preconceitos, a partir das inúmeras errôneas percepções externas a nossa Linhagem Sagrada, deteriorando e adulterando o nosso pensar, o nosso sentir, o nosso olhar, o nosso ouvir e o nosso falar. E explicou-lhe, que devido a tudo isso, o porquê das manifestações artísticas, arquitetônicas, filosóficas e religiosas de hoje estarem tão feias, rudes, cinzentas, frias, quadradas, embaraçadas e amontoadas, repetitivas e sem coração.
    D. Darluz dizia que por nos desconectarmos das sabedorias dos nossos ancestrais, o nosso sentido do novo e a capacidade do espanto e da novidade assombrosa de olhar tudo de maneira nova, no sublime estado de encantamento e percepção de alerta alegria, se perdeu no mundo. Dizia que o mal das futuras gerações estava na comparação e associação de capturar as impressões, sem a capacidade madura de traduzi-las, sendo essa maneira uma errônea tentativa de interpretar o novo sem a compreensão do velho, desassociando as consequências presentes e futuras das ações passadas. Daí, como ensinava a Bruxa da Arruda, eis a importância de se cultuar os antepassados, pois, uma árvore não pode florir e gerar bons frutos sem o bom cuidado para com suas raízes.
    Voltando ao momento presente, e na cama em que se encontrava sentado, vira como era difícil traduzir a vivência de infância que tivera com sua bisa para o moderno, virtual, tecnológico e competitivo dias de hoje. Sabia que as redes sociais virtuais, ao contrário do que se pensava, alimentava mais as más ações do ego do que o conhecimento (pelo qual era a sua proposta inicial). E que esse contato virtual se tornou uma máquina alimentadora dos nossos mais animalescos instintos, provocando mediante as imagens, sons, cores e palavras as mais variadas sensações emocionais para a satisfação dos nossos mais carnais e individuais desejos de ter ou ser. Não medindo as consequências de um super ego (‘eu’ pluralizado), que busca sempre aquelas ilusórias sensações que lhe possam dar a tão almejada satisfação momentânea, em uma falsa privacidade de no ato de estar solitário cometermos as maiores torpezas, em que julgamos erroneamente não impactar o nosso mundo externo. Vira que a internet, ao contrário do que fora a sua proposta de unir as pessoas, se tornou um luxurioso baile de máscaras, em que as redes sociais eram essas enfeitadas e coloridas máscaras.
    Assim, contudo, preferia estar no seu jardim. Na companhia das lembranças de sua bisa, a Bruxa da Arruda, D. Darluz. Que o lembrava que o mundo ainda era envolvido por uma aura de Novidade Mística, Alegria Mágica e Amor Divino. E que só poderia vivenciar o Sagrado da Vida observando, compactuando, comungando e se relacionando com o Mundo Natural em toda sua essência ecológica. O seu pequeno jardim era totalmente dedicado ao Sagrado e a memória de sua bisavó. Ali… dedicando-se a colocar as mãos e os joelhos na terra, se sentia uma Pessoa Superior em toda sua humildade, dividindo-se entre o observador e o observado, conhecendo a si mesmo na observação dos pequenos seres vegetais, minerais e animais. Se perdendo em um mundo desconhecido de encanto e nostalgia, que o elevava e fazia distante das miseráveis catastróficas vivências de traumas e barbaridades da bestialidade e ignorância humana.
    Ao regar suas plantas em pleno final de tarde, se via quando pequeno sentado no colo de sua bisa em uma balança pendurada a um tronco da árvore de Tipuana (Tipuana tipu (Benth.) Kuntze), em que juntos no crepúsculo vespertino se divertiam olhando as inúmeras nuvens no céu a tomar formas inusitadas de rostos, silhuetas, animais e objetos. E sua bisa, também, instigava a sua imaginação a ver essas formas nas plantas, flores, objetos e coisas. Dizendo que as mensagens dos seres naturais (Elementais) vêm a nós nas formas que a nossa consciência pode reconhecer, por eles falarem uma linguagem desconhecida aos nossos sentidos e dimensão.
    E, lembrou-se das manhãs ensolaradas ao correr pelo terreno da Chácara Celeste (que na verdade era um pedaço do céu na terra) logo ao acordar, indo de encontro a sua querida bisa nos campos abertos, vendo-a colher flores para o seu ritualístico culto matinal. E chegando ofegante até ela, gritava: “Bisaaaaa!”. E D. Darluz respondia com a mesma intensidade: “Meu Miúdo!”. E ela o carregando, abraçava forte e o cobria de beijos, até ele dizer basta. E, D. Darluz lhe dizia: “Olha meu Miúdo, não existe nada neste mundo que é mais adorável que uma flor, nem nada mais essencial que uma árvore e planta, sem elas não conheceríamos o belo, não poderíamos respirar e nem comer, nem nos curar. E, ocultamente a esses benefícios que elas nos trazem ao nosso corpo de carne e seus sentidos, tem ainda a sua função mística, que é a mais relevante, algo divino em que as pessoas comuns e materialistas não têm a capacidade de ver. Uma força mágica e espiritual, eterna e imutável.”
    A Bruxa da Arruda sempre o alertara a valorizar todas as coisas… de uma simples pedra a um pequeno objeto. Como um brinquedo, um utensílio ou algo do tipo. Dizia que tudo tem um propósito e que nada é obra do acaso. Alertara que todas as coisas por serem criações foram pensadas e intencionadas a se manifestarem. Tudo tinha um espírito, mesmo as coisas inanimadas. Pois, sempre afirmará: “O que tem corpo, tem espírito. Tudo é vivo! Toda criação é fragmento do seu Criador, contendo em si uma determinada energia que por mais pequena e singular que seja, é viva em si mesma, presa e magneticamente sustentada nesse corpo, é consciente especificamente para executar tal função, e depois de executada por si só se decompõe e desaparece”. E afirmava que a evolução desses corpos inanimados tinha a ver com a evolução humana, de acordo com seu grau evolutivo. Assim, o inorgânico Elemental podia se manifestar numa pedra, numa mesa, em um relógio de pulso, nos objetos que mais amamos e desejamos, e ainda mais nos brinquedos das crianças, por serem carregados de sentimentos. E que por isso, para seus Rituais da Magia Elemental necessitava dos objetos e minerais… das pedras… das cascas de árvores… dos restos de corpos dos seres vivos e seus derivados, onde se continha ainda preservada a energia Elemental necessária para tal e específica magia.
    Assim, Maria da Piedade…, moradora e proprietária da Chácara Celeste, que se localizava em algum lugar escondido na região nordeste do Brasil…, a Bruxa da Arruda: agricultora, queijeira, azeiteira, parteira, rezadeira, curandeira, e feiticeira portuguesa…, de origem dos antigos povos celtas das terras europeias mediterrâneas da Península Ibérica…, apelidada como D. Darluz…, afirmava que quando nos damos conta da existência do Poder Criativo em tudo que existe ao nosso redor e no nosso viver, quando descobrimos que tudo tem coração e inteligência, que tudo é intenção, e que a toda intenção foi aplicada uma específica atenção, e que a tudo que damos atenção doamos uma determinada fração de nossa energia vital, que se torna um fragmento de vida em si, independente por si próprio e evolutiva em si mesma… Tudo se torna Divino! Tudo se torna Sagrado! A ordem da Grande Espiral do Eterno e Permanente Contínuo.
  • A Carta Gelada

    Às oito e meia da noite, em um sábado, eu estava sentado no sofá, assistindo a um filme, e com um tigela de cereal ao leite sobreposta ao meu colo. O estado de profunda concentração me pungia naquele momento, e meus olhos acompanhava inflexivelmente os movimentos surreais de um serial killer prestes a desligar mais uma vida. Nesse momento, eu ouço um batuque que não fora oriundo da TV, e que aos poucos se repetia ritmadamente. Após alguns segundos guiando a minha audição, percebo que era alguém batendo na minha porta. Confesso que senti um arrepio nas espinhas, e que quando percebi do que se tratava, acabei derrubando a tigela e molhando o tapete. Desdenhei o meu deslize e fui apressadamente até a porta. Receoso em falar algo, olhei pelo olho-mágico, só que esse estava quebrado. Não encontrei palavras no momento, e minha tensão estava aumentando feneticamente. O batuque não parava de se repetir. E eu resolvi interrogar: 
    —Quem é ? 
    O barulho cessou, e o silêncio reinou. Senti um choque profundo, um sensação de taquicardia apertada, um gosto de sangue. Era a sensação de temor misturada com perplexidade. Eu resolvi, perguntar novamente: 
    — Quem é que está aí? 
    E nada a não ser o grito melancólico do silêncio, um som abafado e chiado ao meu ouvi. Neste momento, inquirições estavam se chocando contra minha pisque. Quem será que está uma hora dessa batucando a minha porta? Se fosse algum conhecido, certamente, me ligaria ou então, falaria. Posto isso, resolvi dar de ombros, aliviando a minha mente com a ideia de alguém ter errado de localidade devido à embriaguez ou algo do tipo. 
    Fui até a geladeira, pensei em pegar um suco, mas achei melhor uma cerveja para aliviar a tensão. O chão da sala estava todo lambuzado, e minha janta já não me pertencia mais. Perdi a fome, por mais que o fastidioso despejamento de adrenalina no meu sangue tivesse gastado energia, o medo incutido momentaneamente perfez-me a omitir o desejo por comida. Eu não tive a menor intensão de limpar a sujeira. Perdi a vontade de terminar o filme. Na verdade, não perdi a vontade, apenas, cenas de suspense e insanidades são iriam acalmar meus ânimos. 
    Liguei o toca disco, coloquei uma música animada, repousei meus ossos sobre o sofá e, assim, resolvi abrir a cerveja. 
    —TOC. TOC. TOC... 
    O batuque voltou e desta vez mais agressivo. Nem sequer abri a cerveja. Tive um susto mais avassalador do que antes. E desta vez, senti que algo ruim iria acontecer. Preconizei-me a ligar para polícia. Pedi urgência na ocorrência, e fui aconselhado de evitar ficar perto da porta. Subi apressadamente às escadas e, assim sendo, resolvi me trancar no quarto, e ocupar-me a atentar aos batuques. Cada batuque, cada segundo, estava exaurindo a minha sanidade. Eu não estava aguentando mais. Era uma pressão aterradoramente cruel. Estava com a visão vertiginosa, e uma tontura me eivou. Senti calafrios. Não era mais nervosismo, era o medo que me possuíra. Eu escutei um estrondo, e ademais, seguiu-se apenas o som da música de vinil que tocava lá em baixo. Presumi que entraram na casa. Não sabia o que fazer. Pensei que era melhor pular da janela. Forcejei sem resultados, a embotada ferragem, que impedia a minha fuga. Maldita hora em que troquei o ar fresco pelo ar condicionado. 
    Passei um tempo, procurando algo para quebrar a janela. Nada. Essa palavra resumiu meus esforços. Peguei meu sapato, e agredi impiedosamente a janela, e essa parecia rir da minha cara. Nem um arranhão. Foi quando eu tomei a decisão mais tresloucada da minha vida: choquei-me com toda a angústia e frustração do momento contra a estorva. Uma certeza eu tinha: ou eu acabo com ela, ou ela me acaba. Contudo, sai vitorioso entre aspas, pois, embora eu tivesse fragmentado o vidro em imensuráveis cacos, os cacos dilaceram-me em cortes excruciantes. E ainda, uma queda do primeiro andar me fez sentir como a gravidade me ama. 
    Quando eu caí lá fora, me escondi em umas árvores. A penumbra dava arrepios. A única luz que tinha era a luz de um poste próximo a minha casa. Eu estava às espreitas tentando vislumbrar quem batia na minha porta. Ninguém? fiquei sem entender. Ninguém estava batendo na minha porta. Eu me levantei e fiquei surpreso. Circundei a minha visão em trezentos e sessenta graus e não avistei nada. Apenas uma coruja crocitava em um rododendro ao lado da minha casa. Senti uma gélida friagem acariciando a minha face. Resolvi sair dos arbustos e encaminhar até minha casa. Por garantia resolvi caminhar em derredor a casa para se certificar de que ninguém além de mim estava ali. Quando fui até a porta, eu me perguntei: cadê a chave? Realmente me lasquei. Pensei em forcejar a porta. E nada. A porta por mais velha que fosse, era bastante resistente. Tentei subir pela fachada na frente. Só que não obtive sucesso. Quando retornei a pontapear a porta, a polícia acaba de chegar. Eu pensei, até que fim. A polícia mandou eu colocar a mão na cabeça. Eu clamei dizendo eu sou o dono da casa. Não sou criminoso! Os agentes insistiram com a arma apontada. Eu disse eu me recuso a ser preso. Levei um choque e acabei sendo prezo. 
    No caminho até a delegacia, eu expliquei todo o ocorrido e eles não comentaram nada. Na delegacia, fui questionado várias vezes. Estava exausto, abatido, machucado e, dessa vez, faminto. Contei até onde pude. Disse que foi um tremendo engano. E no dia seguinte fui liberado, realmente constava no sistema o meu nome como proprietário. 
    Caminhei desconsoladamente, fixando meu olhar no chão. Mergulhei num estado de profunda introspecção. Estava com raiva e deveras frustrado. Pensei, será que sou doido? Será que estou vendo coisas? Essas reflexões infindáveis foram vertidas em remorso ao ver a porta da minha casa aberta. Roubaram minha televisão, meu toca disco, minhas cervejas, vários pertences. E eu estava fumegando de raiva. Não só tinha perdido a noite, como também várias coisas; até a minha dignidade. 
    Tentei acalmar meus ânimos. Esforço em vão. Então achei melhor arrumar a bagunça, pois só o tempo iria mudar meu humor. Vasculhei na geladeira algo para comer e, misteriosamente, encontrei uma carta dentro do congelador. Estava petrificada, parecia que estava ali a muito tempo. Caramba, que maneira fria de me entregar uma carta. Abri a carta, e tive a maior surpresa da minha vida: 
    "Feliz aniversário." 
    Era o que estava escrito. Foi quando eu me dei conta de que era o dia do meu aniversário. Um dia que começava bastante angustiante. E essa carta só me trouxe raiva. Que se dane o aniversário. Estava muito mais preocupado com minhas coisas perdidas do que com essa carta infame. 
    À tarde, comemorei meu aniversário comendo um sanduíche com suco, e depois, fiquei sem fazer nada. Sem TV, sem música, sem cerveja, e, acima de tudo, com as feridas latejando. Sem dúvidas, o pior aniversário da minha vida. Às seis horas da noite, estava quase dormindo, quando alguém bate em minha porta. Eu me levantei exasperado e fui até a cozinha, peguei uma faca e um bastão de massas, e resolvi abrir a porta sem delongas. Tive um grande choque. Quem batia na minha porta não era criminoso, nem era ladrão. Era simplesmente um bêbado que errou de casa e me pediu desculpas. Não sabia se ria ou se chorava. 
    No dia seguinte, às noves da manhã, decidi ir ao mercado. Quando abri a porta para sair, e ia saindo, acabei pisando em alguma coisa. Foi então que vi que era uma flor, só que abaixo dela tinha uma carta. Olhei de um lado para o outro, não avistei ninguém. Peguei a flor e a cheirei. Que aroma inigualável. Olhei a carta, muito velha a princípio, e a abri. Li recitando-a em voz alta. 
    Meu Deus! Comecei a chorar e não acreditei no que via e no que escutava. Senti um arrepio profundo. A carta datava 4 anos atrás e dizia: 
    " Hoje, meu filho, é o dia em que você completa mais um ano de vida e eu quero lhe dizer que mesmo antes de você nascer eu já o amava. Quando você nasceu foi uma alegria imensa, tanto para mim como para todos os que o rodeavam. Você cresceu, e se tornou este grande homem que és. Nunca deixe que os problemas da vida afetem seu vigor. Viva a vida. Seja feliz! E nunca se esqueça da sua mãe. Venha me visitar quando puder. Eu estou com saudades. 
    Te amo filho. 
    Da sua Mãe, Regina! 
    09/11/1984 " 
    Eu fiquei muito perplexo. Minha mãe morreu exatamente a quatro anos atrás. E esta carta estava datada no dia do meu aniversário. Quem será que me enviou esta carta? Pensei que foi o correio que tinha enviado em virtude de atrasos. Mas que atraso! 
    Fui até o correio procurar saber se entregaram algum lote de cartas extraviadas ou algo do tipo. A minha busca confirmou a minha hipótese. Realmente teve um lote fora extraviado a muito tempo. Depois de anos de investigação e processos judiciais, o correio teve que reentregar o máximo possível do lote. Eu fiquei extasiado. Quanta consciência! Ainda estava com dúvidas, se realmente foi o correio que me enviou ou foi outra pessoa que me enviara. Talvez alguém da família. Mas que família? Não tive contato a anos, embora soubesse algumas localidades. Eu acho que ninguém iria ligar para o meu aniversário. Mas e a flor? como foi parar lá? 
    Alguns questionamentos foram levados fixamente durante o percurso de volta a casa. Quando eu cheguei, pela primeira vez, vi uma coisa tão obvia, que de tão obvia acabava não sendo vista. Ao lado da porta tinha uma roseira florida e que nunca me dei conta de apreciar a sua beleza. E assim deduzi que provavelmente a carta, pelo fato de não ter caixa de correio, até porque nunca precisei, fora colocada por baixo da minha porta, e logo, o vento poderia ter puxado a carta para baixo e, inusitadamente, derrubado uma flor da roseira. Que vento! Uma explicação racional mas com pitadas surreais. Ironia do destino ou obra do acaso? Fiquei muito intrigado, até porque, quem colocara aquela outra carta no congelador. Talvez em um aniversário atrás, eu estivesse recebido uma carta e em virtude de embriaguez ou cansaço, acabei fazendo algo sem consciência do ato. Mas tudo como se desmembrou foi algo inacreditável para mim. E, portanto, pesou profundamente nos conselhos que minha mãe me deu. Decidi reavaliar meus atos. Prestar mais atenção nas coisas simples. 
    Eu vivia uma ironia curiosa, quanto mais detestava a vida, mais temia a morte. Desde que eu perdi minha mãe, solidão foi sempre companheira. Eu estava em uma ilusão profunda. Eu via o dia e não a luz sol. Eu via a noite e não o luar. Eu via a terra, mas não via as flores. Eu via os frutos, mas não via os sabores. 
    Pode não ter sido o melhor aniversário que tive, mas sem dúvidas será o aniversário mais inescurecível. Eu sempre fui medíocre, conformista e sem virtudes. Sempre receei a loucura. Mas estava muito enganado, ser louco é uma virtude que poucos alcançam e muitos temem. Decidi então, viver como ninguém viveu, sonhar como ninguém sonhou, ser o que ninguém foi: simplesmente, ser alguém original.
  • A Dinastia dos 101 Demônios - Capítulo I

    "Eu ainda acho isso meio bobo, mas a Sophi falouque seria bom escrever aqui, foi difícil encontrar os matérias para montar esse diário, então é bom valer a pena. Como se começa a escrever num diário? E por que estou escrevendo tudo que estou pensando? ENFIM, hoje foi divertido, finalmente pude ir até a Floresta de Yekun, fomos com a madre, ela não me deixou pegar em nada, mas eu ainda volto lá! E..."
    - MAX!
    Um garoto estava deitado em um vasto campo com grama alta, ele se concentrava ao máximo enquanto escrevia em seu novo diário, mal percebia a passagem de tempo e as pessoas à sua volta, foi quando uma voz gritou seu nome Max, era uma voz feminina, o garoto perdeu a concentração e se assustou escondendo o diário dentro de seu casaco.
    - Então você não resistiu ao poder do diário HAHA. – Uma risada num tom maligno que definitivamente não combina com a aparência da garota.
    A voz que conversava com Max era de uma garota, ela possuía cabelos longos e loiros num tom platina, seus olhos eram grandes e azuis, pareciam duas safiras em seu rosto, a afeição do rosto era de uma criança inocente, que não condizia com sua personalidade.
    - Diário? Eu não tenho nada aqui e outra não me assusta assim.
    - Eu te chamei várias vezes e você não me respondia.
    Notando um objeto escondido no casaco de Max, rápida como uma onça, Sophia salta na direção dele o derrubando, ela coloca a mão dentro do casaco procurando o tal diário, ela acha e puxa para fora:
    - Então o que é isso aqui Maxwell? Vamos ver hmmmmm...
    Ela abre o diário direto na primeira página e vê o que o garoto estava escrevendo antes de ser interrompido.
    - Ah eu devia ter esperado, poderia ter adquirido mais informações.
    Sophia estava sentada em cima de Max enquanto tranquilamente lia o diário, o garoto já começava a ficar roxo sem ar, então com um movimento brusco a derruba de volta na grama, por conta da queda Sophia solta o diário, assim Max pega rapidamente e o guarda.
    - Isso é para futuras anotações, ok?
    - Credo, você não tem a mínima ideia de como tratar uma dama – levanta limpando a poeira de seu vestido.
    - Dama? Você? Sempre gostei do seu senso de humor.
    Max recebe um golpe mais rápido que um relâmpago sendo nocauteado instantaneamente por Sophi, que havia ficado levemente irritada.
    - Você é muito indelicado, tem que aprender bons modos.
    Enquanto Max estava agonizando no chão, ambos avistam uma borboleta que passa voando, mas não uma simples borboleta, pela sua aparência, vinha da floresta de Yekun, ela possuí quatro asas que ficavam transitando de cor dentro todas do prisma, ela voava numa trajetória estranha, mas sempre seguindo em frente, é nesse momento que o clima entre Max e Sophia muda completamente, os dois se sentam no gramado um do lado do outro encostados em uma arvore que doava sua sombra para eles descansarem do calor que fazia naquele dia. As duas crianças olhavam para o céu com um olhar de inspiração, aspiram fundo no mesmo instante que uma brisa sopra, fazendo algumas pétalas voarem.
    - Max, como que você acha que é o mundo além daqui? – Questiona enquanto olhava para o garoto.
    - Eu sinceramente não sei, espero ser surpreendido. – Respondia com um sorriso no rosto.
    O momento entre eles é interrompido, por uma mulher que os chamava os:
    - Crianças venham, está na hora do almoço
    Os dois se levantam de onde estavam.
    - Já vamos madre! – Max pegava no pulso de Sophia e a puxa em direção a uma parede rochosa que havia perto do campo. – Vem comigo quero te mostrar uma coisa.
    - Aí aí.
    Depois de alguns segundos caminhando lá estavam os dois de frente a parede, no meio das pedras havia uma espécie de esconderijo, com vários objetos camuflados, Max pega um papel que havia entre eles:
    - Olha, eu consegui esse mapa, olha como ele é grande, mas olha isso...
    Max explicava o mapa, que estava com todas as coordenadas, mas estranhamente apenas a região de Yekun, que era onde eles moravam, estava no mapa, o resto estava em branco.
    - Primeiro de tudo Max, como você conseguiu esse mapa?
    - Lembra daquele mercador que veio aqui um dia? Então... meio que eu peguei emprestado sem ele saber.
    - Você roubou? Olha só, o certinho Maxwell roubando. – Demonstrava um sorriso com malícia.
    - Isso não importa. Que tal eu e você fugirmos daqui para explorar o mundo?
    - O que?? Mas e as crianças do orfanato? E a madre? Como nos vamos sobreviver?
    - Nah, nem se preocupe, olha eu tenho suprimentos. – Apontava para os objetos entre as pedras. – E as crianças tem a madre. Sophia com a minha inteligência e a sua coragem, nós vamos ser os primeiros a descobrir o mundo... pensa, podemos ser os donos de mundo!
    - Ah eu não sei... mas se bem que, você é um inútil completo sem mim, então sou obrigada a topar.
    Max ficava feliz, então eles começam a planejar como seria a fuga, quando a madre os chama novamente, então eles correm em direção ao orfanato e encontram a madre esperando-os na porta.
    - Onde vocês estavam crianças? – Madre pergunta irritada.
    - Eu já disse, eu não sou criança. – Max respondia bravo.
    - Vocês só têm 13 anos, ainda são bebezinhos. – Madre começava a apertar o rosto de Max.
    - Sabe como é madre, o Max e sua mania de explorador, tive que busca-lo enquanto ele observava os animais yekurianos. – Respondia Sophi.
    - Muito bem entrem logo então.
    Ambos entravam e se dirigiam para o refeitório, o almoço lá era algo sempre divertido, havia crianças de todas as idades, então quando reunidas sempre causava bagunça, Sophi e Max como os mais velhos do orfanato, a maior parte das vezes tinham que ser responsáveis e cuidar das crianças menores, mas quem realmente cuidava de todas era a madre, ela basicamente era a dona do orfanato, e uma dos principais fundadores.
    Após muita bagunça, a hora do almoço acaba, após isso todos tem um tempo livre, para brincar ou fazer o que quiser, já que o tempo reservado para os estudos era de manhã.
    A tarde continuava tranquila e calma, nada fora da rotina, o sol aos poucos vai dando o lugar para a brilhante lua, logo as crianças tinham que entrar para o orfanato.
    O orfanato era uma grande case envolta de um campo de grama alta e algumas arvores e flores, a direta havia uma parede rochosa imensa, e a esquerda um caminho que possuía uma bifurcação, um lado levava para a Cidade Central de Yekun e o outro para a Floresta de Yekun, da Cidade Central era possível ir para a região sul onde era sempre inverno, a região norte onde era sempre verão, a região oeste que era repleta de rios e cachoeiras, e a região leste que era completamente abandonada, ninguém de Yekun conhece algo além desses caminhos.
    O céu se torna escuro com algumas estrelas em pontos específicos, formava o contraste perfeito, a lua tornava tudo apenas uma pintura da natureza, quando a noite cai, vagalumes incandescentes ficam rodeando a campo gramado, lobos gigantes começam a uivar, e alguns animais pequenos se escondem no topo das arvores.
    Já estava começando a ficar tarde, as crianças eram mandadas cada uma a seu quarto. Max e Sophi combinavam o resto do plano por algum tempo, quando madre aparece a manda cada um para seu quarto.
    Max em seu quarto observa a lua pela janela e ela sempre o encantava, estava animado demais para dormir, apenas imaginando o que a mundo afora.

     

  • A escrevente

    A escrevente
    Dentro do cartório

    O local de trabalho

    Era um lugar sombrio, iluminado majoritariamente por luz artificial. Tinha as janelas sempre fechadas e protegidas por cortinas beges encardidas que combinavam com as paredes e teto de mesmo tom. Canos metálicos se agarravam de forma confusa a estas estruturas, conduzindo a energia elétrica. Não se podia ver o ambiente externo com suas tristes árvores misturadas aos carros de funcionários e ela sentava-se olhando para a parede com suas janelas cobertas. O que era permitido ver, no entanto, era um computador com duas telas sobre sua escrivaninha, máquina esta que lhe servia para trabalhar e fugir ao trabalho, àquele ambiente: por meio da máquina, ela podia ler e escrever, imaginar e construir outros mundos, outras realidades, embora escrevesse muito acerca do que lhe cercava, na tentativa de entender, de aliviar o tédio, a dor.

    A sala era abafada, nunca se podia ligar o ar-condicionado sem que guerras fossem declaradas, ela não opinava mais nesta questão, aliás, não opinava em questão alguma. Tinha desistido de se expressar oralmente, de teorizar, de propor mudanças, de descortinar outras realidades, de fazer refletir. Sua voz era abafada por outras coléricas, intestinas, de gente que não tinha hábito de discorrer sobre ideias, apenas sobre pessoas e dinheiro. Ela acabou desistindo das pessoas, talvez por instinto de sobrevivência, quanto ao dinheiro que recebia, era sempre suficiente e só tinha gratidão para expressar.

    Havia altas prateleiras cinzas, umas entupiam paredes não ocupadas por janelas trancadas, outras serviam para dividir a sala ao meio, separando a mão-de-obra do público que utilizava o serviço: a mão-de-obra não queria ver a clientela nem ser vista por ela. As prateleiras guardavam pastas de processos mortos e livros sem conteúdo algum – simplesmente reuniam papéis que expressavam a burocracia sem sentido. Tudo era coberto de pó. O chão cinza opaco colecionava pegadas de todos que passavam por ali.

    As antigas escrivaninhas marrons abrigavam máquinas negras e vidas mesquinhas. Corações e mentes dominados pela segurança da vida medíocre, pelos pequenos desejos da classe média – em sua maioria de consumo –, pelo ódio à ralé, pela inveja aos que tinham melhor sorte. Informavam-se pelas redes sociais e por manchetes de jornal, reproduziam as opiniões massificadas, riam de coisas não engraçadas, suportavam-se na medida do possível.

    As cadeiras azuis encardidas tinham o formato do corpo de quem nelas se sentava por quase oito horas seguidas – 45 minutos deste tempo eram reservados ao almoço. As cadeiras eram marcadas e marcavam os corpos: muitos exibiam corcundas e/ou barrigas salientes. Era permitido levantar-se das cadeiras para fazer um lanche frugal em um antigo banheiro desativado que servia de cozinha. Nesta havia uma prateleira cinza com utensílios esquecidos; uma bancada verde esmaecido com uma cortina suja que, juntas, serviam para esconder uma privada; a pia encardida era de banheiro antigo; na geladeira, restos de alimentos e marmitas, com um micro-ondas imundo em cima dela para aquecer qualquer coisa. Também era permitido sair das cadeiras para fumar sem questionamento algum, o mesmo tratamento era dado aos amigos quando queriam resolver assuntos particulares durante o expediente, entretanto, para os que não se enquadravam nestas categorias até para ir ao banheiro precisavam pedir permissão. Ela fazia parte deste último grupo, talvez sozinha, mas não obedecia à regra imposta: quando foi comunicada do trâmite para ir ao banheiro, ela fez uma tabela com os horários que iria deixar o posto para aliviar-se e entregou ao diretor, que não ficou muito feliz e continuou insistindo, até desistir diante da resistência, que ela deveria avisar oralmente ou simplesmente tocando em seu ombro. Ela não fez nem uma coisa nem outra, apenas ia duas vezes ao banheiro e pronto: uma pela manhã, por volta das 11h30, e outra à tarde, lá pelas 16h30. Sorte que nunca teve algum desarranjo gastrointestinal e nunca se descontrolou tomando água; mantinha a proposta evidenciada na tabela sem ajustes.  

    O serviço nos computadores versava sobre problemas que as pessoas lá fora não conseguiam resolver sem ajuda, ou porque não tentaram ou porque há muito mau-caratismo neste mundo. Muitas histórias serviam para fazer rir a mão-de-obra, demonstrando-se seu mau gosto na escolha por aquilo que faz rir. Ela não lia as histórias, tampouco ria com elas, para escândalo de seu superior e colegas, mas não errava no trabalho, pois fazia um tipo de leitura que apenas buscava as informações exatas para seu fazer diário. Tinha escrito um manual que utilizava na execução do serviço, se organizava de modo a medir tempo e movimentos, se posicionava perfeitamente à esteira fordista quase emperrada. Terminava seus afazeres muito rapidamente e com perfeição – embora com raros erros porque ainda era humana – sobrando-lhe tempo para o que lhe interessava: beleza e justiça de verdade. Reiteradas vezes pediu mais trabalho aos superiores, mas não lhe deram. Ela acabou desistindo de pedir e não fingia que trabalhava, fazia o que lhe cabia, não escondendo que se dedicava a afazeres alheios. Ninguém falava nada. Não havia o que falar. Ela se fizera mecânica, na tentativa de não se agastar, o ambiente a tornou um objeto, porque como pessoa incomodava demais. O pouco serviço e a falta de desafios cozinhavam sua alma, que buscava se elevar de outras formas, vencendo as imposições, a ignorância, a violência. Mesmo assim, sua mente refletia e seu coração temia, às vezes, que todo o corpo se tornasse uma prateleira, um computador, uma impressora, uma cortina velha, uma cadeira quebrada, uma mesa feia... sorte que não tinha arquivo de escritório no local, senão já teria se assemelhado a ele como em um conto que lera há muito tempo. Sempre pensava nesta história. No entanto, para vencer a coisificação de seu corpo, vestia-se com cores vibrantes, blusas com estampas floridas, usava sempre batom vermelho e perfume francês, escolhido de modo meticuloso – La Vie est Belle – para não se esquecer das notas mais suaves da vida.

    Olhava para os cadáveres de insetos que tinham ficado presos em teias de aranha nas paredes e percebia que havia vida e morte ali, constantes combates entre fortes e fracos, seria ela a aranha ou o inseto mais frágil? Talvez se inclinasse mais ao aracnídeo...

    O material ignorado

    Há tempos, tenho me interessado pelo tema “Gestão do conhecimento”. Tive contato com ele, enquanto estudava para outro concurso e desde então, procuro ler a respeito. Trabalho em um local onde regras escritas abundam, mas as mais elementares do trabalho diário simplesmente são passadas de forma oral. Há volumes e volumes de normas da corregedoria, diversas mensagens eletrônicas nos chegam de tempo em tempo acerca do procedimento de algum expediente, mas todas estas normas são genéricas. O passo-a-passo de como fazer determinado documento, como funciona o trâmite processual no cartório, normas específicas e escritas que poderiam ser acompanhadas por algum novo funcionário ou mesmo para consulta de velhos servidores não havia até eu redigir um manual. Isso ocorreu entre novembro de 2016 e janeiro de 2017, enquanto aprendia a trabalhar no local.

    Tentei sistematizar as principais rotinas de trabalho com o intuito de transformar parte do conhecimento tácito do cartório em conhecimento explícito, acreditando ajudar funcionários novos ou antigos do local. Entretanto, meu superior hierárquico nunca disse uma palavra a respeito quando teve contato com o material, talvez porque achasse melhor centralizar todo o conhecimento técnico em si para exercer melhor poder sobre as pessoas dependentes. Assim como meus colegas que receberam, mas que parece não o utilizar, posto que muitas dúvidas que poderiam ser dirimidas pelo manual são colocadas oralmente. Funcionário novo ainda não entrou. Talvez seja útil para este tipo de pessoa.

    Duas coisas me motivaram a redigir um manual: uma foi o fato de que uma pessoa transmite uma informação diferente de outra sobre o mesmo ponto, até mesmo uma mesma pessoa informa de modo diferente, dependendo do dia ou do momento: o que ela disse de manhã não é ratificado à tarde. Outra foi o hábito de ter a escrita como uma auxiliar de minha memória: não perco meu tempo, guardando coisas chatas, e o grande volume de detalhes exige que se escreva o procedimento para não haver erro ou mesmo ficar perdida na execução do trabalho. Neste quesito obtive muito sucesso: consulto o manual diariamente; quando vou expedir um mandado de citação e intimação para audiência, por exemplo, localizo o item exato que trata sobre isso no manual, assim consulto a referência acerca do modelo a ser usado, bem como recorto e colo o texto padrão do manual para o documento que está sendo expedido no momento. Não perco tempo, tentando lembrar a numeração do modelo a ser usado, não preciso utilizar auto-texto (uma ferramenta do sistema com o qual trabalhamos), não preciso ficar perguntando quando surge alguma dúvida ou esqueço de algum procedimento. Desse modo, o manual para mim é uma “mão-na-roda”. Mas apenas a mim. Não sei o que deu errado.

    Atualizo o manual sempre que surge alguma novidade e repasso para meus pares por e-mail. Trabalho inútil. Gostaria de investigar isso: o que faz um material ser bem aceito no ambiente de trabalho? Deveria ter feito uma pesquisa prévia para consultar a necessidade de um manual? Como usuária e aprendiz de novas rotinas de trabalho senti a necessidade de um material escrito, será que cada um deveria escrever seu próprio manual? Escrever não é uma habilidade comum entre as pessoas, portanto, nem todos escreveriam um material para si. Por que a oralidade e a dependência são mais valorizadas que a escrita e a busca de informação por caminhos próprios? O manual ficou ruim ou se tem preguiça de lê-lo? Por que a falta de feedback? Será que um material vindo de cima para baixo seria mais bem aceito?

    Estou perdida, não tenho muitas referências de obras que poderiam ajudar-me. Como estudo o tema por conta própria, tenho uma impressão sobre o assunto. Será que o que tenho em mente é válido? Será que a produção de material, na tentativa de sistematização do conhecimento informal, faz parte de Gestão do Conhecimento? Sei lá...

    A sensação de justiça

    Minha filha de três anos tem usado a seguinte expressão ultimamente: “Isso não é justo!”. Usa a frase quando uma situação não lhe é favorável no seu entender. Sempre a indaguei sobre o que seria justo então. Nunca respondeu até ontem, quando ao colocá-la para dormir, ela pronunciou a famigerada sentença e, logo em seguida, sem mesmo ouvir minha pergunta, ela finalizou: “Justo é comer sobremesa!”. Fantástica a definição! Ela realmente compreendia a justiça em senso comum, dentro de seu egocentrismo: algo que desfavorece alguém é injusto e o que favorece, justo, independentemente das circunstâncias; algo que satisfaz sua necessidade mais grosseira, como o paladar e a predileção por alimentos doces, é justo, em detrimento daquilo que lhe seria mais conveniente e mais saudável, mas mais difícil de compreender e gostar.

    Mesmo adultos continuamos a ver justiça desta mesma forma: se me favorece, houve justiça, senão, injustiça. Hoje uma colega trouxe uma portaria, expedida por um juiz há muitos anos, nomeando-a como escrevente de sala, mesmo que para isso não se exigisse tanto rigor, pois ‘escrevente de sala’ não é um cargo e, sim, um afazer do mesmo nível que qualquer outro do ramo. Ela se sentia orgulhosa pela deferência, mas magoada, pois nunca tomou posse de seu pseudocargo: mudou o juiz e o novo escolheu outro escrevente para o serviço. Ela tinha estudado, tinha feito tudo o que o juiz antigo lhe pedia, mas sofreu a “injustiça”. Fico pensando se houve ou não justiça no caso. Ela realmente estuda muito, mas parece que nunca aprende, é muito insegura, pensa muito pela cabeça dos outros, é muito ansiosa e atrapalhada. É bem competente na arte de puxar o saco também. Talvez essas características tenham sido notadas pelo novo juiz ou apenas que ele tenha ido mais com a cara de outro escrevente, escolhendo-o para ajudá-lo nas audiências sem maiores valorações e julgamentos.

    A colega nunca analisou a situação desta forma e reiteradas vezes comenta sobre a injustiça sofrida, estas e outras mais, nunca vi pessoa tão injustiçada como ela. Tenho dó deste ser e medo de eu também agir com injustiça em diversas ocasiões ou de me vitimizar quando algo não me é favorável, perdendo a percepção de minhas próprias fraquezas e a capacidade de analisar mais friamente as situações. Somos levados, pela cultura do sucesso raso e da alegria sem fim, a acharmo-nos perfeitos, justos, dignos das melhores coisas, entretanto, a filosofia clássica nos ensina que temos aquilo que merecemos, que tudo nos é dado para crescermos enquanto seres humanos, enquanto almas imortais.

    Já li que o justo não serve nem para reinar nem para ser vítima, justo é sempre o caminho do meio. Tento exercer este preceito diariamente, mas não é fácil, o senso comum domina e a infantilidade em alma adulta é quase regra.

    O diretor e a subordinada

    Ela não tinha nome. Era chamada de esposa, minha esposa, quando era lembrada por ele em alguma conversa comezinha sobre banalidades domésticas. Ela era do lar e dele, uma posse, um objeto e, como tal, não tinha nome próprio perante os subordinados. Sabia-se que ela gostava de animais, talvez esta característica determinasse o sucesso do casamento duradouro. Ele também nunca falava dos filhos. Sabia-se que eram dois, com 10 anos de diferença, talvez o segundo fosse fruto de uma gravidez “indesejada”, pelo menos por ele, mas que servia, a ela, para reavivar sua função na vida familiar. O fato era que, assim como a esposa, os filhos recebiam bem pouca consideração do pai, que nunca tirava férias, nunca faltava ao serviço para acompanhar alguém no hospital ou ir a alguma apresentação bobinha de escola, ele nunca faltava ao serviço por nada, nada. Era o trabalhador exemplar, assim como havia de considerar a si como chefe de família e cidadão – o típico cidadão de bem. Quanto aos “seus” subordinados, estes eram chamados de funcionários, meus funcionários, mesmo que os servidores fossem do povo, pela condição de públicos. Gostava de pronomes possessivos.

    Ele era “superior” pela canetada de outrem, havia prestado o mesmo reles concurso público que os demais do local, mas como tinha puxado bastante o saco, lambido bastante as botas de quem, por concurso, mandava mais, adquiriu postos. Justiça seja feita: era um bom técnico e ponto final.  Achava-se melhor que os outros, a arrogância na fala e a péssima escolha de palavras revelavam sua consideração a si mesmo em detrimento dos demais. Um dia, ao ter suas explicações questionadas por uma subordinada, afirmou que fazia de tal forma para que eles, os subordinados, pudessem um dia chegar a seu nível, ou seja, considerava-se no topo da sapiência e do desenvolvimento profissional, sem considerar que suas explicações não eram enigmáticas, sábias, mas confusas mesmo e que não ajudavam em nada: tinha fala bem rudimentar, expressava pensamentos caóticos, por meio de frases grosseiras, usava os mesmos blocos de palavras para enrolar e ter tempo de pensar alguma coisa para dizer, mas nunca era totalmente feliz em seu mofino desenvolvimento discursivo.  

    Não sabia comandar, pois não sabia conversar. Nunca ouvia a opinião alheia, não queria ouvir nada que não fosse sua própria fala, restringindo ainda mais seu horizonte já limitado. Achava que tratando as pessoas como educava os filhos – faça isso e calado! – era um bom modo de atuação profissional.

    Sabia gritar, principalmente com mulheres, nunca se ouviu gritos com homens. Em subordinada grávida e com duas semanas de serviço chegou a arremessar uma bola de papel, que quase acertou seu rosto, para evidenciar a inépcia na busca de uma informação. Sobre a mesma avançou um dia, pronto para dar-lhe um tapa por um insignificante erro que ela cometera na execução de um serviço. Este episódio causou espanto até de um funcionário antigo, que jamais questionou seus superiores em seus 33 anos de serviço na mesma instituição. Foi a última vez que se excedeu, pois recebeu de volta uma fala firme, imperativa, que fez recuar, também se seguiram a esta fala movimentos para ela deixar o local de trabalho, movimentos estes que ele deveria explicar ao superior maior e, como não teve coragem para dar tal explicação, tudo ficou em seu lugar, mas os maus tratos explícitos cessaram pelo menos. Ela não tinha medo dele. Ele tinha medo dela, muito medo.

    Talvez, no conflituoso relacionamento, estivesse velada uma situação mais delicada, mais passional. Como era infantil, ele não dominava seus sentimentos e pensamentos. Ao ver-se tratado friamente, esperneava como uma criança contrariada. Queria chamar à atenção de alguma forma. Queria ser olhado novamente. Queria causar algum sentimento, mesmo que fosse de ódio, porém todos os esforços eram em vão.  

    Tudo começou quando, cansada de ouvir gracejos inconvenientes, ela, a mesma subordinada que questionava e que um dia esteve grávida, resolveu revidar as abordagens pouco profissionais, de forma mais sutil, mais perturbadora, que servisse para “exemplar”.

    Todos os dias, ouvia gracinhas sobre seus sapatos, suas roupas, seus cabelos. Ela era notada como fêmea e ele fazia questão de evidenciar tal fato. Certa vez, ao se esbarrem à entrada do local onde trabalhavam, ela ouviu dele a seguinte frase: “pare de rebolar, senão vou contar para seu marido!”. Aquilo foi demais. Ela sentiu-se envergonhada, afinal de contas até seu modo de andar e sua parte traseira tinham sido notados e explicitados. Em termos legais, todas estas abordagens configurar-se-iam um quadro de assédio barato. Pois bem, sentar-se em banco de vítima não era sua postura, brigar não era seu estilo, apelar para terceiros resolverem seu problema tampouco, começou a encará-lo daí por diante. O jogo estava iniciado.

    Em todas as oportunidades, ela media-lhe dos pés à cabeça. Sem dizer uma palavra, dominava-o só com o olhar penetrante, que perscrutava sua alma. Ele gostava da situação, sentia-se desejado. O caçador tornou-se caça. A audácia dele foi substituída por sua timidez. Ela o fazia corar, engasgar, calar, fazia-o contente, todavia. O grande problema é que este tipo de brincadeira criou mais complicação do que solucionou um caso. Ela começou a pensar nele como um personagem de história erótica e começou a escrever sobre isso. Talvez tenha passado a transmitir o que pensava e escrevia sobre ele pelo olhar, e ele percebeu.

    Certa vez, a escritora deu uma carona a seu personagem. Ele adorou, mas usou de forma errada suas pífias palavras, deixando transparecer que ele acreditava que ela estava agindo como agia por interesse no que ele representava: “superioridade” em relação a ela. Ele era diretor dela e, em sua visão míope, ela queria aproveitar-se de seu status. Isso realmente não era intenção dela e deixou bem claro: escreveu, sob forma de narrativa, o episódio da carona e o descontentamento dela em relação ao comentário infeliz, e mandou-lhe por e-mail. Ele ficou mudo por uns três dias, mas respondeu que tinha de voltar “às origens” para entender os sentimentos dela e usou outras expressões toscas ininteligíveis. Aproveitando a ocasião para revelar a trama e encerrá-la, ela mandou-lhe algumas outras histórias que tinha escrito durante meses, as quais expressavam o caso de uma paixão proibida em que ele pudesse se descobrir personagem. Ele, por sua vez, escreveu-lhe dizendo que continuasse a escrever, pois gostava muito de ler: óbvio, sua riqueza vocabular revelava tal fato sem sombra de dúvida. Em resposta, ela disse que não escreveria mais histórias com aquele teor e que se dedicaria a contos infantis, dando um basta na situação, colocando fim à história fictícia.

    Ela resolveu o caso inicial de certa maneira. Nunca mais ouviu gracinhas a seu respeito, mas a fúria dele veio de muitas formas: gritos pelo menor erro que ela cometia, exposição vexatória perante usuários do serviço que prestavam e até um quase tapa. Ela solucionou um problema, porém criou outros, inclusive consigo mesma. Como escritora, deixou-se dominar por sentimentos vis, inferiores, por pensamentos sórdidos, luxuriosos, que contrariavam sua conduta ética, criou uma história e entrou nela e, apesar de agir apenas com olhares, pensamentos e palavras escritas, não se sentiu bem. O personagem também foi prejudicado, pois não soube lidar com a situação, certamente sentiu-se rejeitado, com expectativas frustradas, contrariado na alma por não exercer, como queria, poder sobre uma mulher subordinada.

    A escritora fez um ano de terapia, leu muitas coisas e escreveu outras para entender sua situação/ação, chegou a conversar com o marido alguma coisa, propondo separação pela vergonha que sentia. O divórcio não foi aceito e ela só conseguiu amenizar o imbróglio no entanto: de sua parte, passou a agir com frieza em relação ao personagem, da parte deste, só raiva, ciúme, medo e intolerância passaram a ser evidenciados.

    Sem conversa entre as partes para amenizar o conflito – como já posto, ele não sabia conversar e ela só tinha palavras para oferecer ou a total ausência delas – este só se arrastou ao longo dos longos dias de trabalho.

    Uma coisa é certa, a imersão em fantasias é viciosa e cria desejos nunca antes imaginados que, quando alimentados, avolumam-se em proporções assustadoras, fazendo do sapo, príncipe, da comédia, tragédia; afastar a fantasia é tarefa árdua e gera conflitos, conflitos estes que devem servir para tornar hábil um escritor que em seu trabalho precisa edificar-se, nunca se identificando com a destruição, com os sentimentos rastejantes, com seus personagens de caráter mal formado. 

    O funcionário padrão

    Era débil e fazia culto à debilidade. Vangloriava-se em fazer nada, em comer pelas bordas, em observar e fazer críticas mesquinhas às pequenezas das pessoas com as quais convivia e daquelas que sequer sonhavam com a sua irrisória existência. Tinha prazer em fazer comentários inconvenientes e acreditava-se ácido, irônico, perspicaz. Achava-se inteligente a ponto de dizer isso em bom som. Cria que um diploma garantia conhecimento, seu parco e vil conhecimento. Era bacharel em Direito!

    Menosprezava as pessoas, principalmente as que demonstravam alguma sapiência. Destas reparava-lhes até no fio de cabelo fora do lugar para, por óbvio, deliciar-se com dizeres maliciosos. Não raro gastava seu tempo com pessoas de mesmo espírito que o seu, fazendo o que mais gostavam: comentar a vida alheia.

    Seu corpo era franzino. Sua pele, acizentada. Tinha uma tosse crônica, meio forçada, que revelava um velho de seus 80 anos, porém só tinha metade disto. Almejava reconhecimento e, para isso, fazia-se amigo de pessoas que tinham algum cargo. Queria um cargo. Julgava o seu pouco para sua tamanha grandeza. Não procurava mais trabalho, mais desafios, mais crescimento, apenas um cargo para ganhar mais. Sua má sorte – vinte anos no mesmo cargo – era debitada na conta alheia: considerava-se mal compreendido. Sofria com o erro de análise alheia, segundo seu ponto de vista, e analisava epitelialmente tudo e todos, menos a si em grau algum. 

    Dinheiro era também um assunto dileto. Tinha casas de aluguel. Devia ter uma ou duas, mas já se achava do ramo imobiliário. Acabara de ser premiado pelos vinte anos na mesma instituição pública, maldizendo o Governo por cobrar-lhe imposto de renda, como um carrapato que reclama do sangue do cachorro e deseja a morte do animal. Juntava sem motivo: ainda morava na casa da mãe; comia da comida da mãe, esperando sua morte para herdar a casa e o singelo mobiliário e, antes disso, já brigava com os irmãos pois, em sua diminuta visão, seria ele o único e merecido herdeiro, já que estava “cuidando” da velha. Chegou a namorar sete anos uma abençoada de Deus e, esta, cansada, terminou o relacionamento e logo engravidou de outro cara; da criança, diz aos quatro ventos que ajuda a cuidar, mas sabe-se lá o que a mãe passa para cuidar da filha pelo pai abortada. Ele queria os louros da paternidade alheia, mas deixava dúvidas se desembolsava algum centavo em prol da causa.

    Todo mês de julho, era mandado para o setor de atermação do cartório onde “trabalhava”, a fim de substituir um servidor que tirava férias neste mês. Por esta época, o que era pouco, reduzia-se mais ainda: gostava de agendar as atermações, então se rareavam os processos no cartório. Dificultava a vida de quem não podia pagar por advogado pois, como dizia, detestava pobre. Ao fim de sua missão, chegava palrando sobre seus melhores dias fora dali, longe da chefia: tomava sol de manhã e à tarde (sim, durante o expediente); conversava bastante com as estagiárias – adorava mulheres bem mais novas, não se sabia se por causa da beleza natural ou porque eram as únicas a não desconfiar de sua inteligência –; podia ir para o trabalho com a mesma roupa que tinha ido à academia; chegava meia hora depois e saía meia antes de seu horário devido; o horário de almoço de quarenta e cinco minutos que, todos os dias ocupava uma hora e vinte, nestes dias, então, virava duas a três horas. Com tudo se deliciava, achava-se esperto. Tinha até planos para dar cabo do funcionário que substituía para poder ficar por lá o ano todo.

    E assim termina esta tentativa de narrativa ainda pela descrição, pois nosso personagem não age, não surpreende, nada muda em sua vida, não há clímax, apenas a morbidez de sempre.    

    Dia festivo ou licença-nojo

    - Pessoal! Sexta o diretor vai trazer bolo salgado e ficou pra gente comprar os refrigerantes e um bolo doce pra comemorar os aniversários do mês de agosto. Vai ficar oito reais pra cada um.

    - Não quero participar, obrigada!

    - Mas por quê?

    - Estou de luto nesta semana!

    - Ah...para de graça, por que isso agora?

    - Porque meu pai morreu ontem.

    A exclamação foi geral. Em uníssono foram perguntando o que estava fazendo no cartório, que ela tinha direito à licença-nojo, etc.

    - Estou aqui, ué! Não quero ficar em casa.

    Mas como explicar que mesmo uma filha que não tinha em seu registro o nome do pai – frisemos: aborto paterno sempre foi e sempre será permitido – também tinha pai e que um dia ele morria. Não provava filiação, mas tinha sido feita por um homem e uma mulher que transaram um dia e que agora o homem tinha deixado esta vida e ela tinha sentimentos. Era muito para a cabeça daquele povo, tão acostumado à burocracia cartorária, oriundo de famílias tradicionais do interior de um estado qualquer.

    Ela estava triste demais e não gostava de se explicar. Estava cansada de falar com pessoas que investigavam a vida alheia para ficarem tecendo comentários pelas costas, na verdade, faziam isso sem qualquer investigação mesmo.

    - Ah, mas se você não participar vai ficar mais caro pros outros!

    Meu Deus, quanta nobreza de espírito! Uns cinquenta centavos mais caro para cada um estavam sendo colocados em questão, apesar do luto de uma pessoa. De fato, aquilo não valeria uma discussão, então acrescentou:

    - Ok, participo.

    E foi logo dando sua parte do bolo para não correr o risco de esquecer-se se deixasse para mais tarde. Cairia na boca do povo, mais do que já estava.

    Ela era uma criatura muita esquisita naquele meio. Não participava das rodinhas de fofocas, almoçava sempre sozinha, aliás, almoçava com pessoas de fora do cartório, preferia ler a estabelecer qualquer conversa fiada. Não reclamava do serviço, fazia-o sem alardes, sem valorizações, não puxava o saco de seus superiores, ou seja, vivia num mundo particular, muito curioso a olhos alheios.

    Na sexta festiva, mandou uma mensagem de texto para sua chefe, dizendo que abonaria naquele dia. Era a licença que precisava. Acordou e, como de costume, levou a filha à escola e nadou; depois voltou para casa, assistiu a um filme do Truffaut, almoçou em um delicioso restaurante japonês, comprou uma garrafa de vinho e visitou um amigo, já aposentado, com quem discutia assuntos literários. Na volta para casa, ouviu Nelson Freire tocando Chopin, revigorando, assim, a audição, os músculos, a mente, o paladar, a alma.

    Viveu o dia!

    Quando chegou em casa, vomitou até não sobrar mais nada no estômago. Não era nem a comida nem a bebida que ingerira que lhe tinham feito mal, mas a lembrança da festa no cartório: falas e risadas altas, bajulações, bocas vorazes comendo “bolo” salgado (pão de forma com maionese, frango desfiado, ervilha, batata-palha, sim, pão com batata), tomando refrigerante e arrematando com bolo de verdade (dulcíssimo). Quanto gosto pelo mau gosto!

    A doutora estagiária

    Estou bem de saco cheio de conviver com pessoas maniqueístas, que julgam a tudo e a todos, colocando cada coisa numa caixinha própria, perdendo a gradação, as tonalidades, a complexidade, principalmente das pessoas. Para este tipo, ou você é bom ou você é ruim. Sou sempre ruim para elas, pois mesmo sofrendo alguns contratempos, não me sento em cadeira de vítima e revido, me havendo diretamente com aquele que me provocou. Consenso geral: sou uma pessoa ruim.

    Como me cansa este tipo de julgamento. Desde pequena me colocam na caixa das pessoas ruins. Minha mãe já fazia isso. A Lena é ruim. Por quê? Porque eu a respondia quando não concordava com alguma coisa. Sempre fui boa na escola, sempre trabalhei dentro de casa, não dei sequer um dissabor para minha mãe até sair de casa com 23 anos. Continuei não criando problemas para ninguém depois disso. Tenho 34, só tive dois empregos nesta minha vida, saí de um para entrar em outro que julguei melhor, não por outro motivo. Nunca fiquei desempregada. Peguei dinheiro emprestado duas vezes (uma para comprar uma casa melhor para minha mãe e outra para conseguir passar o mês até receber meu primeiro salário) e paguei tudo dentro do prazo com seus encargos. Na verdade, pago tudo o que tiver de ser pago. Retribuo tudo que me dão, para o bem ou para o mal. 

    No trabalho, meu serviço está sempre em dia. Não costumo fazer fofocas, tampouco intrigas. Não atrapalho ninguém a trabalhar com conversas desnecessárias, mas sou considerada uma pessoa ruim. Tive de ouvir isso esses dias. Por quê? Porque sequer olhei na cara de uma ex-estagiária quando, sem ocupação na vida, veio nos fazer uma visita de 4 horas durante o expediente e não parou de falar 1 minuto sequer. Prolonguei meu café da tarde neste dia, tomei um chá ao invés de café, mas minha angústia pela sua presença ficou evidente. Realmente não gosto de tal ser, não de graça: quando iniciei neste trabalho, ela já era estagiária por aqui (ela ficou 7 anos como estagiária!, ou seja, uma estagiária com quase doutorado em estágio!), então ela se ocupava em todos os dias se aproximar de minha mesa e falar com a colega ao lado a frase: “Não gosto dessa menina...”. Ora, nunca tinha a visto na vida antes de trabalhar ali. Como ela poderia não gostar de mim tão de graça assim? Será que minha cara já evidenciava minha maldade? Todos os dias ela fazia isso.

    Nunca lhe indaguei o porquê, estava grávida na época e não tinha disposição para questionar ninguém. Certa feita, ao sair do prédio onde trabalhávamos, cruzei com ela numa quina da construção. Levei um susto, pois ela estava de moto em lugar inapropriado e eu não estava esperando encontrar alguém motorizado naquele ponto. Minha barriga ficou até dura por algum tempo. Pensei que minha filha tivesse morrido, pois nunca tinha sentido aquilo e nunca estive grávida antes. Senti muito desconforto. Ao ver-me assustada, a criatura desatou a rir, uma risada muito alta, muito humilhante: risada para comemorar o susto numa grávida! Bem... coisas de pessoas boas, acredito eu. Nunca mais olhei na cara da referida. Não contei para ninguém, mas minha reação só foi interpretada como se eu tivesse birra gratuita da pessoa. Coisa de mulherzinha. Pessoa cheia de hormônios, coisa para louca mesmo, ou melhor, coisa de gente ruim.

    Realmente, não sei o que é ser boa... nem sei se quero aprender...

    A falta de serviço: “Sossegadinhos” x “Assoberbados”

    Por que as pessoas que fazem pouco querem sempre fazer menos? Se o volume de trabalho aumenta um pouquinho, prontamente querem delegar para outra pessoa sua obrigação e, se não tudo, pelo menos parte. Caçam aquele que, segundo elas, está “sossegadinho” para repartir o que tem de fazer, dividindo a esmola para dois. Não enxergam que a pessoa que está “sossegadinha” talvez tenha trabalhado com mais afinco e concentração para poder estar tranquila, enquanto o “assoberbado” enrolou, distraiu-se com mil e uma coisas alheias ao seu dever, ou simplesmente teve o azar de naquele momento estar com algum trabalho a mais - nada que precise ser objeto de operação coletiva, nada que envide vários esforços. Este tipo de pessoa não enxerga que a “sossegadinha” resolve problemas sem a dependência de outra, por saber pensar, por escrever ou ter internalizado os conhecimentos necessários para cumprir suas obrigações, o que ajuda na fluidez do serviço; que se concentra enquanto trabalha, evitando o retrabalho; que não deixa nada para depois, resolve o que tem de resolver prontamente; que organiza seu tempo, seu espaço físico, suas ferramentas de trabalho e isso aumenta a agilidade de sua ação; que organiza seus pensamentos, assim como sua rotina. Estar tranquilo exige esforço, mas muitos não enxergam isso.

    Onde trabalho, todos têm pouco trabalho real. Há os que dramatizam, super-valorizando suas ações; alguns não compreendem bem seus afazeres; a maioria não possui boa organização propositalmente; poucos fazem o que têm de fazer sem alardes, ordenadamente, sem delegar nada a ninguém. Estes últimos têm perfil destoante e são chamados de “sossegadinhos”, mas considerados pelos “assoberbados” uns folgados, mesmo que estes tenham mais serviço que eles. O fato de os “sossegadinhos” não se mostrarem assoberbados faz crer que possuem menos serviço, nunca que trabalham melhor e, portanto, podem colher frutos de suas ações, tal como a tranquilidade. Os “assoberbados” não se importam que os “sossegadinhos” trabalhem sempre mais e mais, mas estes não são burros e, não raro, ficam em estado de inação diante de algum pequeno caos que venha a se instalar na rotina; agem apenas se requisitados por seus superiores, que também não enxergam a diferença entre “assoberbados” e “sossegadinhos”.

    Tenho o perfil de “sossegadinha”, quem sabe também considerada “folgadinha”, “preguiçosinha”, “protegidinha”, “a-que-tem-o-serviço-mais-fácil” ou sei mais lá o que que fervilha na mente de meus colegas. Já ouvi reclamação, pela via hierárquica, de que eu não atendia a balcão com frequência. Ora, se o grosso do serviço está em andamento processual, se há 10 finais de processo, 4 escreventes, se fico com 4 finais, outro escrevente com 3 e mais processos físicos (escassos e todos em via de extinção), outro com os 3 restantes e a remessa da lauda de publicação para o diário (serviço de alguns cliques), fica outro só para fazer alguns procedimentos administrativos; este último não poderia atender mais balcão? Os que têm 3 finais atender mais que aquele que tem 4? Pareceria óbvio, mas não é. Como assumo a postura da justiça, recebo olhares e comentários de “sossegadinha”, “folgadinha”. Não consigo entender isso: ou quem me julga é mau caráter ou simplesmente lhe falta compreensão para analisar as próprias ações e as de outrem. Prefiro acreditar na ignorância, embora tal situação esteja me cansando.

    Gostaria de trabalhar em um lugar com mais serviço para ocupar-me mais, não trabalhar mais que outros, pois isso não é justo se recebo o mesmo salário. Na verdade, sou bem ocupada, mas com coisas alheias ao serviço, visto que este está rigorosamente em ordem. Mas o fato de não estar o tempo todo trabalhando em coisas afetas à minha obrigação (pelos motivos expostos) e de não me mover para trabalhar bem mais que os demais tem-me feito alvo de más considerações. A minha tranquilidade é mal vista, como se me proporcionassem isso, não que seja algo que eu mesma conquisto. Tais reações causam-me maus pensamentos: acabo sentindo raiva dos “assoberbados”; penso em também fazer sempre menos para me igualar aos demais; acabo acreditando que eficiência, eficácia e efetividade são coisas ruins, anti-producentes no sistema em que me insiro. É claro que, no fundo, sei que tudo isso é bobagem; que tais reações não devem me afetar; que tenho de fazer meu trabalho como acredito e ficar bem comigo mesma; que não devo me contaminar. Entretanto, não é fácil nadar contra a corrente.    

    Olhando-me no espelho?

    Não entendo pessoas que gostam de falar da vida de outras pessoas que não conhecem de verdade. Acho que não entendo pessoa alguma, visto que tal prática é tão corriqueira. No âmbito forense, escreventes amam falar acerca de alguma intimidade ou mesmo algo público que tenha acontecido com juízes, advogados, diretores, chefes ou sei mais lá quem. Sabem da vida alheia pelo Diário Oficial: há quem leia o diário todos os dias com esta finalidade. A pessoa nem busca informações usando apenas seu nome – pois vai que haja alguma publicação inesperada – a pessoa LÊ o diário de cabo-a-rabo! Parece coisa de outro mundo, mas não é. Tudo bem que a Justiça e toda sua parafernália acabam se distanciando da população, criando-se um minimundo entre as grades de um Fórum, mas não precisava tanta esquisitice: não sei por que a vida de um “superior” é tão interessante a ponto de tomar tempo de leitura e de conversa. Deve haver explicação psiquiátrica para tanto, eu é que não conheço, caso contrário, não haveria tantas revistas de fofoca sobre celebridades, tantos realities shows e mais tantos outros passatempos esquisitos por aí. Talvez a pessoa que comente a vida da outra sinta-se com determinado poder sobre a mesma do tipo: olha, eu sei da sua vida. No fundo, acho que gostariam de possuir o lugar da outra, mas como não conseguiram, tecer comentários, por vezes maledicentes, seja uma forma de ocupar tal lugar. Ou a vida levada é tão insignificante que qualquer outra vida mostra-se mais atraente.

    Outra característica deste ambiente que não entendo é a subserviência. Muitos se regozijam quando conseguem trocar algumas palavrinhas com um juiz, mesmo que vazias, oriundas de um não assunto, só pelo prazer de puxar-o-saco. Há quem resolva problemas pessoais de juízes ou de qualquer que esteja acima da pessoa na hierarquia, enfrentando até filas em banco para pagar as contas domésticas do superior. As pessoas que assim agem devem sentir-se melhores que as outras, já que foram dignas de “confiança” de um superior; não se sentem “escravinhas”, “capachos”, ilegais – já que elas devem servir à população, à instituição exclusivamente, não a uma pessoa da hierarquia em particular –, sentem-se privilegiadas até, já que o serviço que deveria ser feito é deixado de lado para fazer coisas alheias à sua função: o trabalho obrigatório pode parecer sempre mais árduo que qualquer outro.

    Doutor é um pronome de tratamento neste lugar, não uma titulação acadêmica, basta a graduação na faculdade de Direito que qualquer sujeito torna-se doutor! Ele mal consegue redigir uma petição inicial e já possui o título daquele que fez graduação, mestrado E doutorado, defendendo TESE. Além do pronome, o tratamento também é diferenciado se comparado com o restante dos usuários da Justiça (usuários, termo comumente usado para designar aqueles que fazem uso de drogas...). Os serventuários esquecem-se de que todos ajudam a pagar seus salários por meio de seus impostos, sejam nóias, advogados, traficantes, juízes, promotores, os próprios serventuários, etc., todos deveriam ser tratados com a mesma deferência.

    Neste minimundo, também é prática a fofoca, considerando ser esta sempre para prejudicar a imagem do outro. Até assunto de processo cai na roda de fofoca, contrariando toda a ética que deveria ser perseguida pela pessoa que tem acesso à informação para dar andamento a seu trabalho. Todos julgam. Bastam poucos indícios e a pessoa já recebe sentença condenatória. Não é preciso audiência, instrução nem debates, aliás, debates só por aqueles que fazem parte da rodinha e de forma bem superficial, nada reflexiva.

    Outra peculiaridade deste mundo é a demência que acomete parte daqueles que conhecem e lidam diariamente com os trâmites processuais: quando diante de procedimentos que envolvam políticos, tecem os mesmos comentários daqueles que não conhecem os trâmites! Exemplo: é aberta uma investigação sobre a conduta do político X, ele é chamado para depor, o comentário ouvido é – “Fulano tem que sair preso da delegacia!”. Isso se o político for de esquerda, porque se de direita, todo e qualquer engavetamento é legítimo. Meu Deus, quanta burrice!

    Talvez eu, neste texto, não esteja sendo tão diferente daqueles que critico; talvez eu, pela convivência, já não saiba ver a beleza nos seres com os quais trabalho, beleza em suas atitudes, não consiga relevar as coisas; talvez não consiga perceber que o cotidiano é alienante e o homem, fraco; talvez minha formação seja um pouco diferente e veja um copo d’água pela metade, meio vazio; talvez em outros ambientes na mesma instituição as coisas sejam diferentes; talvez um dia as coisas melhorem ou melhore meu jeito de enxergá-las; talvez, talvez... 

    Fora do cartório

    Meu destino dourado

    No Fórum, trabalham muitas pessoas singulares, com as quais alivio meu tédio. Hoje, quando voltava do banheiro, parei para conversar um pouco com um colega do trabalho. Falamos muito sobre tudo e nada como sempre. Desta vez, no entanto, ele resolveu ler as linhas de minha mão – não me condenem, o serviço é pouco e as horas, muitas – e saí da conversa com uma sensação de felicidade ou sei lá o que poderia definir o riso na alma, porém não atravessei rua alguma, contive a felicidade e sentei-me para escrever esta história.

    No começo, não levava este colega muito a sério, mas com a convivência passei a observar sua beleza e virtudes: é alto, forte, possui voz retumbante, cabelos e olhos que fazem lembrar uma águia; é imponente; conhece as histórias que escorrem pela construção e outras que chegam da capital; presta atenção às coisas do mundo manifestado e do não manifestado; conversa sobre assuntos da patuleia e da alta filosofia. É um homem inefável.

    Minhas linhas diziam que eu era uma pessoa bem sentimental. O que não se contesta. Sinto muito as coisas. Não as evidencio em ações, não sangro para ninguém, mas em meu íntimo sinto deveras. Também indicavam que eu era uma pessoa com muita capacidade intelectual. Muitos dizem isso, talvez eu tenha que produzir mais para me convencer realmente desta capacidade. Que as coisas na minha vida vinham com certa facilidade. De fato, nunca tive muitas dificuldades em conquistar o que desejei, embora eu deseje pouco, deseje coisas que só dependam do meu desenvolvimento interior. É claro que tive muitos reveses, mas sempre acreditei que não era para ser e segui em frente. Nada demais. Também as linhas mostravam que eu teria uma situação financeira muito positiva por volta dos 42, 45 anos. Não sei, faltam uns dez anos para isso acontecer, mas fiquei feliz com esta “premonição”, todo mundo quer ter uma situação financeira favorável, pois isso pode evitar algumas complicações de ordem prática, além de podermos beneficiar pessoas amadas. Entretanto, resta dúvida, pois não faço nada para ganhar dinheiro, não persigo a conquista em dinheiro e como todos sabem: nada cai do céu. Outra visão foi a de que também ficaria muito apaixonada por alguém que não meu cônjuge. Como podemos mudar nossos destinos com nossa ação, talvez meu destino seja sempre apaixonar-me, nunca viver paixão alguma, além da que tenho por meu marido. Com ele tenho projetos de envelhecer ao lado, na tranquilidade de um amor pacífico, na segurança de companheiro leal, sensato, honesto, justo.

    Resolvi escrever este ocorrido para eu relê-lo quando completar 45 anos. Será que estarei numa situação financeira muito boa? Talvez, se comparado à maioria das pessoas de meu país, sim, mas nada demais, nada que ultrapasse as comodidades comedidas de uma classe média baixa. Será que minha capacidade intelectual será evidenciada a ponto de eu ser convencida da mesma? Talvez não, porque o conhecimento, alimento do intelecto, é como uma ilha, quanto maior sua porção de terra, maior seus limites para o desconhecido. Sem cometer o sacrilégio de comparar-me a Sócrates, mas reconhecer que nada sabemos é algo muito bom para nos impulsionarmos para a busca de conhecimento. Será que me apaixonarei a ponto de revisar meus projetos? Dominar as paixões é algo que busco para não ser títere na mão do destino. Ou será que não serei eu mais uma Macabéa da vida?

    Olhares distintos

    Os olhos se cruzaram. Ela, dentro de seu carro no estacionamento, tentava meditar, mas pensamentos sobre a política de seu país tomavam conta de sua mente, inviabilizando a atividade tentada. Ele, do lado de fora, à frente de seu carrinho, conversava com um transeunte que parara com sua bicicleta. Todos ouviam uma música alta, norte-americana, que ele pusera em seu veículo: sua caixa de som era potente.

    Em seu carrinho havia três bandeiras do Brasil, símbolo jogado na lama por quem naquele momento venceu nas urnas. Ele talvez pudesse ter predileção pelo fascista ou ter pego as bandeiras jogadas no lixo para enfeitar seu instrumento de trabalho, poderia usá-las para expressar sua esperança e amor por seu país ou simplesmente para estar na moda: bandeiras e camisetas da seleção brasileira confeccionadas no Paraguai ou na China adornavam a maioria daqueles que saíram às ruas contra a corrupção de um único partido.

    Ela estava triste por seu povo ter sido tão manipulado, não ter conseguido identificar e analisar os reais problemas do país, por ter expressado tanto ódio e concretizar isso nas urnas, elegendo um fascista: talvez com menos colhão que os originais, mas ainda sim fascista. Ela tinha pena de pessoas como ele que historicamente sempre levavam o chicote no lombo. Mas esta era a visão dela, que era xingada por seus pares de comunista, como se ser comunista fosse algo terrível, fosse um xingamento. Talvez na visão dele, apenas seus ancestrais tivessem sido escravos, ele não, ele era empreendedor e patrão de si, pois puxava alegremente seu carrinho por toda a cidade, ouvindo músicas do estrangeiro, à procura de materiais que não serviam mais à população.

    De fato seu trabalho contribuía para o meio-ambiente, era um trabalho importante como qualquer outro, mas que a sociedade não enxergava, não valorizava. Junto às bandeiras podiam se ver vassouras e rodos gastos, galões de plástico pendurados, além de outros materiais no interior do carrinho que faziam pesar – vide o esforço dele ao puxar o carrinho – mas que não podiam ser vistos por ela. Era um homem forte, de estatura mediana, jovem e bonito, embora sua beleza não interessasse ninguém, por não ser fruto do mundo de consumo. Usava chapéu marrom, fumava elegantemente, usava uma camiseta Nike, bem gasta e suja, bermuda escura, chinelos.

    Talvez conversasse sobre política com o outro homem. Talvez comemorasse a vitória do candidato vencedor, sem saber que este o considerava tão animal a ponto de ter seu peso pesado em arroba; que dizia que o trabalhador ou tinha trabalho ou tinha direito, igual na época da escravidão que talvez não existisse mais por aqueles tempos; que a vida sexual ou a opção religiosa de uma pessoa devesse ser mais observadas que a política econômica do país, dado que esta já estava posta; que era adepto à liberação da posse de arma pelo cidadão comum, não refletindo ser ele (o que estava à margem da sociedade consumista) o alvo principal; que, dentre outras ideias pífias, acreditava que o cidadão que já não vivia devesse trabalhar até os 75 anos ou mais para ter direito a uma aposentadoria de fome, se contribuísse para a previdência durante toda a vida, é claro.

    Ela estava triste por todas estas questões. Ela queria que sua vida média fosse estendida a todos os seus irmãos. Ela não acreditava no que estava em voga. Ela tinha outra visão, mas qual seria a visão dele? Eles se olharam, ela sorriu, ele não retribuiu, talvez o sorriso tivesse sido interpretado como deboche ou algo bem estranho quando direcionado a ele. A conversa acabou e ele foi embora, puxando seu carrinho, fumando seu resto de cigarro, ouvindo a música em língua inglesa, todo orgulhoso, todo patriota. Ela voltou ao cartório, pois tinham acabado os quarenta e cinco minutos de almoço e meditação.

    O almoço

    O almoço era realizado no refeitório claro. Lá se reuniam vários trabalhadores, de várias varas ou funções: estagiários, escreventes, motoristas, faxineiras. Todos os dias havia um assunto diferente em pauta. As estagiárias costumavam falar de suas lutas ferrenhas na vida universitária, com seus professores tiranos ou com suas paixões de van, e na vida mundana, travadas com os pais ou com seus cabelos nunca disciplinados o suficiente. Os escreventes colocavam-se na posição de sábios da montanha, tentando dar conselhos, lições de vida, falando sobre filosofia, psicologia, política, além de outras “Coisas que nóis não entende nada...”. Havia o motorista intelectual que ainda nos dias hodiernos mantinha carteirinha em biblioteca pública. As faxineiras falavam desde a infância violenta até suas viagens com as amigas pelo litoral; uma, em particular, expressava seu sonho de Cinderela, queria ser percebida por um juiz de BMW, queria viver um grande amor e ser cuidada por ele, o qual a ajudaria a realizar todos os seus desejos estéticos.

    Eram momentos divertidos e ricos, de muita troca, que ajudavam a alimentar a alma. Mesmo sendo difícil cozinhar, devido ao tempo escasso fora do cartório, o qual procurava dedicar exclusivamente à sua família e amigos, Lena preparava sua marmita para dividir o tempo do almoço com aquelas pessoas. Quando não podia, frequentava um restaurante no centro da cidade, onde travava conversa com o manobrista do estacionamento, com o ancião que pesava sua comida, com a dona do restaurante que fechava sua conta, porém estas conversas eram muitíssimo menores que as do refeitório, posto que o tempo tinha de ser repartido com o trajeto também.

    Havia beleza nas pessoas, no cotidiano. Todos mantinham a esperança em dias melhores, todos lutavam contra suas dores, todos faziam seu melhor. Talvez a claridade e o espaço aberto, somados ao horário em questão, ajudassem a captar estas singularidades, estas minúcias. Lena fazia desta hora, a sua hora mágica, a melhor hora para captar as melhores imagens para sua literatura, entretanto, não se perfazia nem em 60 minutos, daí a compreensão do porquê as imagens menos felizes tomarem conta de sua escrita: infelizmente nos deixamos dominar pela face sombria do mundo profissional.     

    Fim.
  • A festa

    Eu nunca fui de beber.
    Comecei há pouco tempo, evito ao máximo. Quando faço não me embebedo.
    Minha visão sobre isso torna o ser humano um idiota. Fazemos coisas que sabemos que podem nos matar. 
    Vejo um rapaz sair da festa cambaleando, e entrando no carro.
    Por sorte ele irá bater num poste sem machucar outras pessoas, morrerá sozinho, com a consciência limpa. Se tiver sorte.
    - Que coisa horrível de dizer Otto — Ela diz.
    Sorrio e bebo meu uísque.
    Não lembro como a conversa foi chegar naquele ponto. Ela gostava de falar.
    Um jeito tagarela.
    Havia a conhecido há umas duas festas anteriores. Numa sexta, ou quinta. Não me lembro.
    É sábado à noite, estou cansado, mas é dia de festa. Pessoas bebendo, se divertindo e esquecendo dos problemas da rotina corrida.
    Nessa casa há tantas pessoas. Todas conversavam e riam, algumas pulavam na piscina, outras espalhadas pelos cômodos do primeiro andar da casa. Uma bela casa. Ótima para festas.
    Havia todos os tipos de pessoas naquela casa, todas de diferentes classes sociais, diferentes etnias e raças. 
    Todas reunidas para conhecer pessoas novas, rever as velhas, socializar ou apenas conseguir uma transa.
    Ela estava sentada em uma cadeira verde junto de suas amigas, quando cheguei. Acenou e sorriu.
    Usava um maio vermelho com bolinhas brancas e uma toalha roxa envolta do pescoço, segura um copo de cerveja com a mão esquerda e gesticula com a mão direita enquanto fala, suas unhas estão com um esmalte vermelho sangue.
    Algo que sempre achei muito sexy.
    O seu cabelo preto esta preso num coque molhado que se desfaz a todo instante, ela me olha, continua rindo, mostra a língua e volta a conversar.
    Minutos depois, estamos parados encostados na parede próxima à porta de entrada. Porta de vidro, entrada para a cozinha.
    Não lembro seu nome.
    Mirela.
    Melissa.
    Milena.
    Todos as chamavam de “Mi”.
    “Mi” estuda direito, futura advogada, acredita que a justiça foi feita para proteger todos. Pergunto-me em que país “Mi” vive. Fala sobre prender os caras maus. Bandidos e assassinos. E políticos corruptos.
    Quer fazer a diferença.
    Como todos quer viajar para fora do país, fazer intercambio conhecer algum gringo e ter um amor de verão. Sonha com a Itália. Roma. Coliseu.
    Tagarela.
    Fala sobre seus pais. Médicos. Queriam uma filha medica.
    Pergunta sobre os meus. Mortos. Queriam um filho vivo.
    Ri pensando que foi uma piada. Sorri colocando a mão sobre o rosto, demonstra timidez. Mas esta confortável com a conversa.
    Um jeito leve e descontraído.
    Ela não é alta, mas nem muito baixa. Tem um corpo magro. Sua pele da cor de chocolate me atrai. Seus olhos castanhos me conquistam.
    Uma gota de agua escorre por sua bochecha e pinga ao chegar a seu queixo.
    Sua boca esta levemente pálida por causa da brisa fria desta noite.
    Continua me falando sobre sua vida. Sobre seu estagio em um escritório de advocacia, onde seu chefe fica flertando com ela. Como não flertar com uma garota tão linda? Sorri colocando a mão sobre a boca.
    Ela diz que o café de lá é horrível, respondendo minha pergunta.
    Depois de mais um papo, caímos no assunto sobre bêbados. Ri quando comento sobre o bêbado que acabara de entrar no carro.
    Me da um soco de leve no ombro. Pergunto-me em que momento ganhou intimidade.
    Uma casa bem espaçosa com dois andares, ligados por uma escada de madeira em espiral, moderna. No primeiro andar tem a cozinha, a lavanderia e a sala, no segundo andar, há três quartos, duas suítes e outro para hospedes. 
    Nesse encontra-se uma cama de solteiro, com alguns lençóis e um travesseiro, uma pequena cômoda e uma guarda-roupa empoeirado, com algumas roupas velhas dentro.
    “Mi” esta rindo, seu cabelo esta solto, ainda molhado e caído sobre seus ombros, não é um cabelo comprido.
    A musica alta estrala em meu ouvido. 
    Ela rouba meu copo de uísque, bebe um pouco e então, me devolve. Faz careta ao engolir.
    - Vamos Otto, dance! — Ela diz, rebolando no ritmo da musica.
    Coloco o copo sobre a cômoda. O gelo balança fazendo um som de sino ao bater nas paredes internas do copo.
    Solto minha gravata.
    - Só você para vir de terno a uma festa na piscina — Ela diz.
    Sorrio.
    Ela sorri, não cobre o rosto desta vez. Esta bêbada.
    Começa a falar que esta de olho em mim desde a primeira festa. Desamarra o maiô. Seus seios ficam a mostra, são pequenos como laranjas e tem as aureolas marrons. Fazia um tempo que eu não via uma garota nua. Meu corpo esquenta.
    Ela se aproxima.
    - Eu sei que você me quer Otto. — Ela diz, apalpa os seios.
    Desculpe-me “Mi”, o que sinto não é excitação pelo seu corpo. Mas pela sua morte. Ela esta bêbada.
     Sorri. 
    A faca entra em seu peito. Atravessa seu tórax atingindo seu pulmão. Ela não tem tempo de reagir. Sua respiração fica pesada. Ela não grita. Esta segurando meu terno. Olha-me nos olhos. Sangue escorre pelo canto da sua boca. Retiro a faca. 
    A faca entra novamente, próxima ao local anterior. Retiro a faca.
    Ergo minha mão. Passo a língua em meus lábios.
    Há muito sangue. Ela cai. Seu cabelo esta no meio daquela poça vermelha. Tiro minha gravata. 
    A musica alta estrala em meus ouvidos.
    Suas pernas são lindas, sem nenhuma mancha, sua cor é atraente, seu quadril é largo comparado a sua fina cintura. Abaixo e tiro seu maiô, corpo maravilhoso. Sua barriga é definida, devia fazer exercícios frequentemente. O sangue ainda sai pelos cortes. Esta toda vermelha. Tento não encostar no sangue. Pego o travesseiro e faço pressão para o sangue dar uma pausa. Coloco-a sobre a cama. Esta nua. Penduro o maiô num cabide dentro do guarda-roupa. Tomo um gole do uísque.
    Caminho até o banheiro do outro quarto, não há ninguém no segundo andar. Lavo a faca, as mãos e encaro o espelho. Arrumo o cabelo e volto para vê-la.
    Desço a escada em espiral. Logo estou na cozinha. Largo a faca sobre a pia, mesmo lugar de onde peguei, antes de subir.
    Esbarro em algumas pessoas. Peço desculpas. Alguns sorriem. Outros me encaram.
    Vou embora.
    No dia seguinte vejo a noticia.
     “Mi” foi encontrada dentro de um guarda-roupa, de cabeça para baixo, com os pés amarrados por uma gravata, nua. O cabelo todo sujo de sangue. Os olhos revirados, e sua língua estava sobre a cama num copo de uísque.
  • A garota do segundo andar

    Em uma madrugada chuvosa sinto o efeito da solidão.
    Da janela vejo outras, a maioria deve estar dormindo mas ainda há algumas com luzes acesas.
    Uma senhora com uma xícara que suponho ter café, uma mulher sentada na sala assistindo algum progama na televisão, e lá no canto um homen misterioso que nada faz, apenas olha o mundo, não fala, não se mexe, dizem que tem problemas psicológicos mas quem sou eu para julgar? Não me sinto normal.
    Sou uma garota jovem que não se encaixa em lugar nenhum, que são sai, não conversa, não vive realmente apenas sobrevive a mais um dia.
    Sou a garota do segundo andar.
    A solitária.
    Apaixonada por livros , história e arte.
    Um mundo como esse, agitado, não serve para uma garota como eu; amante do silêncio.
    Os livros são uma fuga, uma pré solução para uma questão maior; o vazio.
    As lágrimas não mais ajudam. O medo do fracasso se torna insuportável,
    O sentimento de não servir pra nada é sufocante.
    O medo irreal do esquecimento é enlouquecedor.
    Por fora uma máscara, por dentro a realidade.
    Poucos são aqueles momentos de paz.
  • A Grande Rocha da Vida

    Quando a Terra Média ainda era dividida entre homens e criaturas, existiam os reinos dos humanos, o território dos gigantes, as cavernas dos elfos, o reino das fadas, o reino das nuvens dos deuses, e o misterioso reino dos pesadelos, habitado pelos demônios.
    Entre eles existia uma rocha mágica que podia curar quem a absorvesse, nem que fosse um pouquinho de seu poder de doenças e feridas, A Grande Rocha da vida. Todas essas nações podiam usar o seu poder, moderadamente, para que não houvesse conflitos ou guerras por posse dela, tanto que cada nação tinha um dia específico da semana para usar o poder da Grande Rocha, a menos que fosse emergência.
    Havia um segredo sobre a Rocha que só os deuses e os demônios tinham em conhecimento, que se alguém absorvesse todo o seu poder, obteria vida eterna e poder ilimitado, o suficiente para derrotar qualquer um, e segundo as Runas dos Tempos dos Profetas, apenas quem tivesse o sangue de demônios ou deuses podia absorver toda a Rocha, mas “lá se sabe se isso é verdade”.
    Um dia os demônios tentaram tomar a Rocha só para eles no objetivo de que Helldron, Rei dos demônios, absorvesse-a e destruísse as outras nações, dominando o mundo, mas falharam porque todos se uniram e os selaram junto ao portal proibido que dava acesso para o Reino dos Pesadelos. Muitos morreram, pois os demônios eram muito poderosos. Quando tudo estava se estabilizando os deuses fizeram um comunicado pacífico, dizendo que iriam pegar a Rocha e leva-la aos céus para que eles decidissem quem usaria ou não o seu poder, mas não aceitaram e obrigaram os deuses a se exilarem nos céus. Os deuses são pacíficos e inteligentes então para manter a ordem eles aceitaram seu exílio, pois sabiam que depois desse comunicado poderia haver desconfiança. E assim terminou o que eles chamaram de “A Guerra Centenária”, pois pode não parecer, mas a guerra contra os demônios durou 200 anos.
    Os demônios não eram muito amigáveis. Eles tinham três corações e viviam 700 anos. As fadas eram fascinantes porque eles voavam sem ao menos ter asas e mantinham um corpo jovem mesmo estando a poucos dias da morte. Vivem 300 anos e quando morrem seus corpos demoram 50 anos para se decompor. Os humanos viviam uma vida normal, sua expectativa de vida era cerca de 90 anos. Os gigantes, bem, eles não eram maus, mas alguns eram brutos demais, outros eram amigáveis, e uns eram travessos, pois pregavam peças nos humanos se fantasiando de demônios e assustando-os dizendo que “nós, os demônios voltamos para tomar a Grande Rocha e destruir todas as nações”, e por isso os gigantes eram mal interpretados por alguns humanos, pois achavam que os gigantes queriam a volta dos demônios... “será que é verdade?”. Os elfos também eram pacíficos, assim como os deuses, mas também eram misteriosos. Pesquisavam segredos do mundo, mas não diziam para os outros. Os deuses não eram como divindades, eram nomeados de deuses por serem muito sábios, tentavam evitar conflitos, procuravam jeitos de beneficiar a todos. Eles não são eternos, mas vivem 300 anos a mais que os demônios. Antes dos deuses serem exilados, alguns se relacionavam com humanos, e a junção dos dois originou uma nova espécie, que rapidamente virou uma nação também, e ficaram conhecidos como druidas. Os druidas têm duas diferenças dos humanos, uma, é que eles nascem com os olhos muito amarelados e brilhantes, e outra é que eles têm um poder de cura parecido com a da Grande Rocha da Vida, só que um druida pode curar apenas feridas, pois envenenamentos, doenças, essas coisas eles não conseguem curar. Havia um, porém no nascimento de um druida, pois alguns nasciam como humanos normais, mas eles não eram mandados para os outros reinos, pois os anciões ensinavam técnicas de cura com ervas e outras coisas que eles encontravam na floresta dos druidas. E também não podem absorver tanto da Grande Rocha. Todos aceitaram o surgimento dos druidas, as fadas se aliaram a eles, e os dois agiram por gerações como “unha e carne”.
    Muitos anos depois da Guerra Centenária, na floresta dos druidas, havia 200 anos que humanos não nasciam, e acharam que tal coisa não iria mais acontecer, até que uma menina nasceu só que ela nasceu com muitas doenças, meio fraca, e por alguma razão, a Grande Rocha não curava suas doenças. Ela sempre admirou a Rocha, mesmo não podendo ajuda-la. Ela cresceu, conheceu um humano por quem se apaixonou, eles casaram-se e um ano depois tiveram a noticia de que ela estava gravida. Numa expedição aos Montes de Gelo, seu marido morreu num acidente. Quando o bebê estava pronto para nascer, numa mesa de parto, ela não tinha forças para fazer com que o bebê saísse, e sentia muita dor. Mesmo estando ciente de que não funcionava, levaram ela até a Rocha, pois era uma emergência, e, por incrível que pareça, a mesma a deu forças para deixa-lo sair. Ela sabia que ia morrer, mas antes de morrer viu que era um menino, e o nomeou como Seikatsu, que do japonês para o português significa “vida”.
    O Avô de Seikatsu não gostava dele, pois dizia ele que Seikatsu matou a própria mãe, então o menino foi criado por todos os druidas. Ele não guardava rancor de seu avô e não se sentia muito triste quando falavam de sua mãe, pois para ele ela era uma heroína por viver tantos anos no estado em que estava, e deixou ele como prova de sua força, e como ela, ele também admirava a grande Rocha.
    Quando completou maior idade decidiu iniciar uma jornada pela Terra Média para conhecer todas as criaturas das outras nações, indo primeiro para o reino mais próximo dos humanos, pois ele queria conhecer a cultura do povo do qual seu pai fazia parte.
    Chegando lá ele se encantou com o jeito dos humanos, seu jeito de comemorar o deixava impressionado. Com o dinheiro que ele havia guardado por anos para quando chegasse sua jornada, ele pretendia comprar várias coisas do reino humano, mas descobriu que no dia seguinte teria um festival que os humanos celebravam para comemorar a vitória contra os demônios na Guerra Centenária, então guardou suas economias para o tão esperado evento. No dia do festival, todos cantavam e dançavam juntos, e o rei propôs irem todos até à Grande Rocha para admirá-la enquanto celebravam, e como ele chegou atrasado não conseguiu comprar nada, então só podia aproveitar a longa caminhada até a Rocha. Chegando lá, todos se espantaram, pois, metade da Rocha tinha sumido, como se alguém tivesse a cortado e levado embora, e seu poder estava enfraquecido, incapaz de curar qualquer um.
    Não demorou muito pra todas as nações ficarem sabendo. Os humanos convocaram uma reunião para saber o que houve, mas o atual estado da Grande Rocha começou a causar discórdia, pois os druidas e as fadas acusaram os humanos de roubar o poder da Rocha por terem sido vistos por perto, e os gigantes não estavam do lado de ninguém, só sabiam que alguém havia roubado a Grande Rocha e que estavam prontos para qualquer batalha para encontrá-la, e os elfos não reagiram de nenhum modo, o que era muito suspeito. Seikatsu não conseguiu engolir o fato de que a Grande Rocha não estava em seu estado normal, e que isso causaria guerra. Usou todas as suas economias para comprar uma espada, e um equipamento básico para sair numa jornada, e dessa vez não era para conhecer seres e lugares novos, e sim para descobrir o que aconteceu com a Grande Rocha. Ele falou com o rei sobre sua jornada, e pediu que alguns homens fossem com ele, mas o rei não pensava em nada além de se preparar o possível começo de outra “Guerra Centenária”, e os únicos que conseguiam ajudar a restaurar a ordem e resolver os conflitos sem violência eram os deuses, mas eles haviam sido exilados, e não estavam mais interessados em deixar seu exílio e intervir na Terra.
    Seikatsu andou por três dias até chegar perto do reino dos gigantes. Chegando lá, viu alguns homens com pedras nas mãos, atirando-as em um buraco bem fundo, onde tinha um gigante com uma cara ameaçadora. Ele espantou aqueles homens com sua espada, chamou ajuda de alguns gigantes, e tiraram aquele brutamonte do buraco. O gigante agradeceu, e perguntou o que trazia um bravo humano até o território dos gigantes. Seikatsu explicou a situação, e o gigante, conhecido como Smasher, jurou que o guiaria até completar seu objetivo de descobrir o que aconteceu com a Grande Rocha da Vida. Eles fizeram uma pesquisa em metade do território dos gigantes, falaram inclusive com o comandante deles, e todos negaram que não sabiam nada sobre o atual estado da Grande Rocha, então eles partiram.
    Dois dias depois, eles chegaram num bosque, onde encontraram um enorme golem de planta, que expeliu um gás roxo que os envenenou e os fez cair de sono.  Quando acordaram, deram de cara com um monte de crianças flutuando, e perceberam que estavam no Reino das fadas.  As fadas explicaram a situação, foi um mal entendido, pois o golem de planta era só um guardião, mas ele não ataca a menos que cheguem perto do Reino das fadas sem avisar com antecedência. Enquanto Smasher estava fazendo a pesquisa sobre o desaparecimento da metade da Rocha, Seikatsu estava explorando aquela linda cidade, e enquanto passava por um recanto com plantações de uvas, ele se deparou com uma linda fada, e os dois ficaram por um longo tempo se encarando, como se nunca tivessem visto algo tão especial na vida. Eles se cumprimentaram, o nome dela era Hana. Ela ouviu falar sobre o que ele estava fazendo, e perguntou se ele gostaria de passar mais um dia pelo reino das fadas. Ele aceitou, e ela mostrou a ele como era a cidade à noite. Perto de um lago, meio embaraçados, explicaram o que sentiram um pelo outro quando se viram, pareciam sincronizados, um só, e no dia seguinte, ela o acompanhou em sua jornada.
    Seikatsu não tinha noção por onde começar a procurar uma passagem para as cavernas dos elfos, mas por sorte, Hana sabia onde era, porque quando mais nova, acompanhava sua mãe em entregas de flores para os elfos, pois por algum motivo eles adoravam comer pétalas de flores. Chegando lá n hesitaram em ir direto falar com a chefia. Os elfos disseram que descobriram que o rei dos demônios conseguiu um jeito de escapar antes de ser selado, e que ele estava habitando um corpo humano, e que foi ele que absorveu a Rocha, só que seu corpo humano era fraco, então só conseguiu absorver metade da Rocha, e a outra metade está fraca, e a mesma podia se destruir a qualquer momento. Seu plano era absorver os demônios do selo do portal proibido, reconstituir seu corpo original e terminar de absorver todo o poder da Grande Rocha da Vida.
    Saindo de lá, eles partiram em direção à Grande Rocha, no objetivo de dizer a todos o que realmente estava acontecendo, e chegando lá se deparou com os druidas caídos no chão próximos à Rocha, e um homem que aparentava estar com más intenções. Eles diziam que era seu pai. Então, o “pai” de Seikatsu começou a se decompor e surgir um demônio enorme de dentro dele, sendo esse Helldron, o Rei dos demônios. Helldron explicou que não houve nenhum acidente, e que Helldron matou e tomou o corpo do pai de Seikatsu, e matou todos os outros que estavam com ele. Smasher tentou um ataque surpresa, mas foi ludibriado, pois Helldron o pegou de surpresa, e o lançou contra a Grande Rocha. Smasher não aguentou tal impacto e teve alguns de seus ossos quebrados, impossibilitando-o de lutar. Os humanos temeram o poder de Helldron, e alguns deles recuaram, mas os gigantes, as fadas e os elfos, ficaram e lutaram bravamente, mas “a que preço?” Muitos foram mortos, Helldron estava invencível. Seikatsu partiu rapidamente para cima dele, e assim, num chute com poder suficiente pra abrir uma cratera, Helldron o lançou até a Rocha, fazendo com que seu corpo a perfurasse, e por alguma razão, ela não estava curando ninguém. Por alguns instantes, todos pensaram que era o fim. Helldron gargalhava comemorando sua vitória, e quando ia se aproximando da Rocha para absorvê-la, uma incrível luz surgiu de dentro dela, sua estrutura começou a se partir em pedaços, e de dentro dela, surgira um corpo emitindo luz, era Seikatsu. Helldron se perguntou o porquê, e como ele absorveu a Rocha, e um velho druida entendeu em fim que, Seikatsu e talvez até sua mãe não tivessem poderes de cura porque haviam herdado poder dos deuses, e na teoria, os deuses tinham mais controle sobre o poder da Rocha do que os demônios. Seikatsu absorveu em um estalar de dedos, toda a energia da Rocha tirada por Helldron, e, num soco estrondeante, reduziu Helldron em poeira. Seikatsu curou a todos, reviveu alguns mortos, despediu-se de Hana e dos druidas, e, emitindo uma incrível luz verde que iluminava toda a Terra Média, transformou-se em um incrível cristal, que se parecia com a Grande Rocha da Vida. Seu corpo virou uma estatua de pedra dentro daquele cristal. Sua Historia foi contada por gerações. Festivais celebrando sua vitória sobre Helldron, e todos o chamavam como, O Menino da Vida.
  • A história até a História

    O filósofo grego Aristóteles foi enfático em dizer que a poesia era mais relevante que a História, pois aquela é mais universal que essa. De modo concreto, a disciplina a que o pensador está falando não é a mesma da Era Contemporânea. Podemos remontar a sua cientifização ao século XIX, quando diversas correntes e teorias surgem. Se o século XVIII foi o “Século da Filosofia”, o seguinte será o “Século da História”.
                Quando Leopold von Ranke lançou suas teses sobre a escrita da História, ele tentava evadir de uma história filosófica, ou seja, uma história sem um método corporificado (REIS, 1996). Embora não tenha ido muito longe da esfera filosófica, Ranke colocou a História não apenas como narração de eventos, mas como método e processo ideográfico, buscando o singular no tempo e espaço. O objetivismo entra em cena.
                Isso implicava em grandes problemas, seria possível o historiador estar isento de sua subjetividade? O método historiográfico-erudito é infalível? O método rankeano é um axioma. As fontes, embora estejam bem definidas em seu papel, são limitadas. Ranke se propõe a historiografar a política, a história dos grandes homens. A guerra, a diplomacia e os registros oficiais são os cânones dessa história.
                O hegelianismo e o positivismo são compreensões metafísicas da realidade histórica. Ambas atribuem uma lei universalizante e determinada dos eventos. Nem mesmo o materialismo histórico foi capaz de romper com essa cadeia. Pois mesmo no socialismo científico, a sociedade segue uma marcha etapista. O homem é determinado pelas suas condições materiais, embora faça a sua história, está é condicionada pela sua época.
                No final do século XIX, quando a questão do nacionalismo ganha forma, a História adquire um papel novo: legitimar o Estado e criar um passado em comum (BOURDÈ & MARTIN, 1983). A França é a que mais se apropria desse ideal. A Escola Metódica surge na esteira de Ranke. A política ganha ainda mais destaque. Os eventos vão formando um povo, e o povo uma nação.
                No século seguinte, nos “frementos anos 20”, dois historiadores de uma universidade periférica estabelecem uma crítica aos metódicos como Ch. Seignobos e Ch. Langlois. Para Marc Bloch e Lucien Febvre, apenas a narração ipsi literis dos documentos oficiais não seriam suficientes para compreender a história humana. Era necessário um esforço epistemológico maior nesse sentido.
                A História desce um degrau nas estruturas. Passa da política para as questões socioeconômicas e das mentalidades. As fontes se alargam, bem como seu método de crítica interna e externa. A revista Les Annales surge (BURKE, 1992). Uma das maiores contribuições dessa escola historiográfica foi a interdisciplinaridade com outras ciências e campos do saber como a linguística, a geologia, a antropologia, a sociologia e outras.
                Embora não haja consenso entre os historiadores da Historiografia, podemos dividir a história dos Annales em primeira geração, a de Bloch & Febvre; a segunda geração, a de Braudel; e por fim, a terceira geração, também conhecida como Nova História, que se ampara nos aspectos da cultura para a sua escrita (PESAVENTO, 2012). Isso não significa que não houvesse outras tendências demarcando território, como o neomarxismo inglês de E. P. Thompson. A ciência adquiriu novos métodos, novos temas e campos de atuação profissional.
                Para além das críticas, podemos destacar os seguintes avanços: a História do Tempo Presente, o ressurgimento da narrativa, a História Oral, todo registro humano no tempo e no espaço como fonte historiográfica, a percepção do tempo braudeliano, a interdisciplinaridade etc. Com esses recursos o historiador poderá fazer uma história total. Não no sentido de algo definitivo, mas no sentido da mais ampla percepção da historicidade, cobrindo o máximo de elementos possíveis dos eventos e fatos históricos.
    Referências bibliográficas
    BOURDÉ, Guy; MARTIN, Hervé. As escolas históricas. Portugal: Publicações Europa América, 1983.
    BURKE, Peter. A Escola dos Annales 1929-1989: A revolução francesa da historiografia. 2. ed. São Paulo: Editora UNESP, 1992.
    PESAVENTO, Sandra Jatahy. História & História Cultural. 3. ed. Belo Horizonte: Autêntica, 2012.
    REIS, José Carlos. A História, Entre a Filosofia e a Ciência. São Paulo: Editora Ática, 1996.
    ROCHA, Everardo. O que é mito. Editora Brasiliense, 1996.
    SÁEZ, Oscar Calávia. A variação mítica como reflexão. Revista de Antropologia, São Paulo, USP, vol. 45, nº 1, p. 07 – 36, 2002.
    VEYNE, Paul. Acreditavam os gregos em seus mitos? Ensaio sobre a imaginação constituinte. São Paulo: Brasiliense, 1984.
  • A HISTÓRIA DO BOI SUICIDA

    Este é um fato curioso
    História de um ruminante
    Um valente boi baiano
    Com um sonho alucinante
    De viver solto na serra
    Num lugar lindo e distante

    Foi criado na fazenda
    Era de um porte nobre
    Tinha raça e beleza
    Mas por dentro era pobre
    Sabia que cedo ou tarde
    Lhe passariam no cobre

    Conhecia o destino
    De antepassados e amigos
    Que viviam como ele
    Sem correr nenhum perigo
    Com o bom e o melhor
    Sem sofrer nenhum castigo

    No final da sua sina
    Encontraria um carrasco
    E exposto em prateleiras
    Num cenário de fiasco
    Terminaria no molho
    Ou na brasa pra churrasco

    A sua oportunidade
    Deu-se numa ocasião
    Com todo o preparativo
    Para uma exposição
    Ele iria concorrer
    A um lugar de campeão

    Fizeram os preparativos
    A mando do criador
    De Teodoro Sampaio
    Para a feira em salvador
    O Boi ficou matutando
    Serei um gladiador

    A viagem foi tranquila
    Com uma vista bacana
    Tudo bem organizado
    Uma equipe veterana
    Rodaram pela estrada
    Chegaram fim de semana

    Na hora do desembarque
    O Boi ficou preparado
    Na primeira bobeada
    Aquele animal sarado
    Desembestou pra saída
    Como tinha planejado

    Agora sozinho e livre
    Fazia o que bem queria
    Caminhava por aí
    Tudo novo conhecia
    Gente, casa, automóveis
    Praia, campos, rodovia

    Como passeou bastante
    Começou logo a pensar
    Vou pro Rio de Janeiro
    Ter história pra contar
    Passou pelo aeroporto
    Mas não conseguiu entrar

    Escutou muita conversa
    Por onde ia passando
    Tinha uma equipe montada
    Que estava lhe procurando
    E a policia militar
    Sua rota ia traçando

    Pensou, antes que me peguem
    Eu vou me realizar
    Vou caminhar por aí
    Até me localizar
    Aproveitar a viagem
    Quero conhecer o mar

    Convocou a natureza
    Sentiu a brisa e o vento
    Observou os turistas
    Focou no seu pensamento
    Vou tomar banho de praia
    Nem que for por um momento

    Depois de caminhar muito
    Escapando do resgate
    Sentiu a brisa do mar
    Tinha vencido o combate
    Que exposição que nada
    Não existiria abate

    Sentiu-se realizado
    Entrou na água salgada
    Estava se refrescando
    Não pensava mais em nada
    Curtia a água e a praia
    Eita vida desejada

    As pessoas estranhavam
    A sua felicidade
    Onde já se viu bovino
    Como gente da cidade
    Comunicaram à patrulha
    A sua localidade

    Ele pensou não me engano
    Não terei vida de rei
    Mas não vou facilitar
    Para lá não voltarei
    Vou me afundar nesse mar
    Minha história contarei

    Tinha um grupo de pessoas
    Na praia naquele dia
    Fizeram um ajuntamento
    Para ver se acudia
    Mas não era seu destino
    Pro curral não voltaria

    O mutirão se esforçou
    Trabalharam com grandeza
    Arrastaram para a praia
    O bovino da esperteza
    Mas não tinha o que fazer
    O fim chegou com certeza

    Eu contei essa história
    Do valente boi de elite
    Que ficará na memória
    Pra que o mundo inteiro grite
    Quem puder se realize
    No seu sonho acredite.
  • A História, a Alienação e a Consciência de Classe para Marx

    Marx abre a obra “O Manifesto Comunista” com a afirmação de que a história tem sido a historia da luta de classes. Para Marx, o fio que tece a história é o desenvolvimento das forças produtivas (força de trabalho somada a meios de produção, em suma) que se torna contraditório com as relações sociais de trabalho, e esse fio é rompido pela luta de classes. Ele identifica que a história no tempo que ele presencia se apresenta também como a história da luta de classes, porém dessa vez com novos polos, proletariado e burguesia, e apresenta também novas formas de dominação por parte da classe dominante, como a alienação, e necessita de consciência de classe dos dominados a fim de quebrar superar o novo sistema vigente que assim se estrutura, o Capitalismo.
    Marx considera que em seu tempo, no mundo em que presenciava, a luta de classes apresentava uma nova formulação a partir do advento da Revolução Industrial, onde surgiram dois novos grupos, ou, em termos marxistas “classes sociais”, proletariado e burguesia. O proletariado é composto por pessoas que, suma, não detém os meios de produção e se veem obrigadas a vender sua força de trabalho aos que detém esses meios, a burguesia, a fim de garantir sua sobrevivência. Essa nova conjuntura se dá por conta da estrutura do novo sistema econômico-social vigente, o Capitalismo, que necessita da alienação do proletariado e que só pode ser superado pela consciência de classe desse grupo.
    Dessa forma, à medida que as forças produtivas avançam rapidamente as relações sociais avançam a passos lentos, sendo gerada e gerando alienação. Marx diferencia quatro tipos de alienação: a) em relação ao produto do trabalho; b) no processo de produção; c) em relação a existência do individuo enquanto membro do gênero humano; e d) em relação aos outros indivíduos. Em suma Marx analisa que o trabalhador: a) mesmo tendo produzido é alheio e estranho ao produto; b) o trabalho do ser humano no processo de produção é coercitivo (no sentido de que este se vê obrigado para alguém para sobreviver) e sacrificante, uma vez que este não trabalha segundo as suas próprias necessidades, mas sim segundo os interesses do patrão; c) o ser humano adquire uma existência em que importa apenas seu papel enquanto trabalhador, e, portanto, sua individualidade, e não seu papel enquanto humano, perdendo assim o laço abstrato que antes tinha com seus iguais (demais humanos enquanto espécie); e d) como consequência do apresentado anteriormente acontece uma objetificação do ser humano e toda e qualquer vida perde o sentido, visto que seu aspecto mais valioso, sua capacidade de trabalhar/produzir não serve mais para seu viver, mas para sua mera sobrevivência e subjugação aos interesses alheios.
    A consciência de classe, que é o reconhecimento de pertencimento a uma classe de explorados (aqui há de se dizer que Marx já identificava que essa classe proletária já era reconhecida enquanto classe pela classe burguesa), que é vista pelo autor como a forma do proletariado superar essa subjugação, ainda se subdivide em dois subtipos de consciência, “consciência de si” e “consciência para si”. A partir do momento em que o indivíduo se enxerga e se reconhece enquanto membro de uma classe social subjugada ele adquire “consciência de si” e assim abre espaço para a compreensão de que a organização enquanto classe é o caminho para uma ação política de combate e derrubada de sistema, ou seja, abre espaço para adquirir a “consciência para si”.

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